Lettere dei primi anni in Guinea - Tratte dal Libro Gioia e Liberazione

 

 

Lettera circolare del dicembre 1992

1. Mandato e accompagnato

Sono arrivato in Guinea Bissau nel novembre 1992. Il momento tanto atteso, desiderato, sognato, pregato è arrivato. Me ne rendo conto lentamente e ringrazio il Signore. Penso agli amici italiani e li ringrazio per l’amicizia, la vicinanza, il bene grande che mi hanno manifestato in questi anni e, particolarmente, nei due ultimi mesi che ho trascorso in Italia. Mi sento mandato e accompagnato. Nessuno dovrebbe partire se poco accolto dai suoi. Nel mio caso, la partenza per la missione scaturisce naturalmente dall’essere stato accolto e amato. Ora, condivido l’affetto ricevuto come un dono. Mi piace sentire e pensare questa realtà nel tempo di Natale, la festa del regalo di Dio all’umanità. Mi auguro che l’unione che mi lega a tanti amici e che lega loro a me serva per accogliere e donare la vita.
Non è facile comunicare la realtà che vivo e sento. Il salto è così grande che, almeno all’inizio, è impossibile fare considerazioni, tuttavia provo a comunicare con lo scritto le prime sensazioni e qualche notizia.
L’accoglienza da parte della comunità del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e degli altri missionari e missionarie è stata buona. Sono il mio punto di riferimento attuale e, quotidianamente, mi aiutano a entrare nella vita della Guinea.
La visita alle missioni, lo studio del creolo e degli elementi fondamentali della cultura costituiscono il programma dei primi mesi del 1993, fino ad aprile. La lingua è lo strumento indispensabile per capire la mentalità della gente, soprattutto per rendermi conto che sto vivendo in un’altra cultura, un’altra realtà, che devo cambiare e rinascere. Intanto, quando la gente parla, non capisco nulla.
Durante le visite alle missioni ho trascorso 15 giorni in quella di Catiò, nel sud della Guinea, la zona più isolata, ove le tradizioni sono ancora vive. È l’Africa dell’immaginario occidentale: foreste, grandi fiumi, villaggi dispersi e un grande caldo. La natura è splendida nella diversità della vegetazione e della fauna. I lunghi viaggi in canoa sono una grande occasione per riflettere e contemplare, per innamorarmi di questa terra, che ora è la mia terra.
Ma ciò che più mi affascina, e al tempo stesso mi intimorisce, è il lavoro missionario. Le attività per lo sviluppo e per l’evangelizzazione si fondono insieme, caricando di responsabilità e di lavoro i missionari brasiliani: due uomini e tre suore. Questi svolgono il loro ministero sia nella cittadina sia in una ventina di villaggi che, da tempo, sono campo di evangelizzazione, oltre che in altri territori, isole e penisole, in cui la presenza missionaria è recente.
Brevi corsi tecnici, elementi di igiene, formazione di cooperative e sostegno sanitario costituiscono le attività per lo sviluppo, svolte con la collaborazione di volontari laici italiani, tedeschi, danesi. L’obiettivo è di rendere autonoma e responsabile la gente.
Parallelamente, i missionari lavorano per l’evangelizzazione, formando catechisti e impartendo la catechesi, in tre diverse modalità:
- il primo annuncio di Cristo, un lento avvicinamento ai villaggi;
- il catecumenato, 5 anni in preparazione al battesimo;
- la catechesi ai cristiani, soprattutto alle famiglie.
Questo lavoro esige lo studio della lingua balante e, soprattutto, lo sforzo di presentare e incarnare l’unico Vangelo nella storia e nella cultura della gente. Sono colpito dall’annuncio del Vangelo allo stato puro. È una novità radicale. Tremo, quando penso alla trasformazione che può operare l’ingresso di Cristo in un popolo, in una persona. Mi stupisce che anche nel piccolo villaggio, nel sud della Guinea, le persone abbiano bisogno della Parola, della stessa Parola di cui necessitano a Milano, a Canegrate, a Napoli. Qui, come in Italia, l’uomo e la donna desiderano sentirsi amati, desiderati, liberati. Anche qui la gente cerca un senso al dolore e la vittoria sul male. La cultura di questa gente non è né santa né perversa, ma umana, costituita da valori e miserie, da ricchezze e ingiustizie. La cultura, soprattutto le persone concrete, come ovunque, ricevono nella fede in Cristo un dono immeritato, ma atteso, per crescere nel bene e purificarsi dal male.
Nel Natale del 1992, accolgo Dio, che viene fra la gente di Guinea e che in essa vuole essere amato. La missione è proprio bella: è un natale continuo. Dio viene a dimorare qui, in Guinea. E come Dio accoglie ogni situazione per amarla, così tutti i cristiani devono pronunciare il loro sì alla storia data, perché è storia di salvezza.

Lettera circolare del 20 gennaio 1993, da Mansôa.

2. L’arancia di Bio

Le lettere degli amici mi portano sempre tanta gioia. Penso tutti e mi auguro che stiano bene. Mi sto inserendo sempre più in questa realtà. Ora posso parlare un po’ con la gente. È molto interessante. Non pensavo proprio che l’inizio della missione fosse così bello. Fintanto che dura ne approfitto e conservo l’interesse per i momenti difficili.
Sto seduto fuori dalla casa della missione di Mansôa, dove trascorro giorni intensi, gustando la vita di “frontiera”. L’altro giorno sono stato conquistato da Bio, un bimbo di 7 anni. Ero solo alla missione quando è arrivato questo bambino timido timido, chiedendo una medicina per la sua mamma. L’ospedale prescrive i farmaci, ma spesso non ne ha. Bio ha dovuto tornare 3 volte perché padre Paolo, simpatico missionario romano-sannita è andato a Bissau, tarda e io non so che medicina dargli. Grazie al mio creolo elementare chiacchiero con il bambino, che mi racconta della sua famiglia e della scuola… La terza volta torna con un soldo, dicendo che andrà alla fiera a comprare 5 caramelle. Mi saluta, ma poi ritorna con due arance, una per lui e una per … me. Sono così sorpreso che quasi non lo saluto, mentre se ne va con la sola sua arancia.
Guardandolo negli occhi mi dico: «Come sarebbe bello il mondo se fossimo come Bio, se sapessimo condividere, rinunciando a qualcosa che ci piace per fare felice l’altro». Questa considerazione, apparentemente banale e utopistica, mi accompagna mentre osservo la vita dei missionari e delle missionarie, mentre inizio a conoscere la vita della gente, vita dura e precaria, segnata da molte sofferenze e piccole gioie. Tutto questo mi aiuta a semplificare, ad andare all’essenziale: la vita missionaria, l’essere cristiani, cioè il vivere come Cristo, inseriti nella sua stessa vita, non è altro che condividere la sua stessa passione per l’uomo, dando tutto, del proprio perché il fratello sia felice e viva nella pace.
Il gesto di Bio è il gesto di Gesù, che dà se stesso perché l’uomo riceva l’alimento di vita e sia felice, è il gesto che io sono chiamato a rinnovare. Sono missionario per condividere la felicità che ho ricevuto e di cui sono responsabile. Non posso comprarmi le caramelle.
Con padre Paolo, suor Alessandra e suor Maristella sto visitando i villaggi attorno a Mansôa. L’altro giorno mi sono commosso vedendo la gente di un villaggio accorrere alla catechesi, cantare in lingua mansoanga la gioia di conoscere Gesù. «Ogni lingua proclami che Gesù è il Signore, scriveva 2000 anni fa Paolo. Ora questo è vero per i mansoanga di Sabà, i balante di Bandoro…
Insieme alla catechesi i missionari prestano assistenza sanitaria e promuovono piccole iniziative di sviluppo. In alcuni villaggi i volontari sono riusciti ad organizzare la gente per costruire la scuola elementare. Il governo non paga gli insegnanti da mesi e in molti villaggi la scuola non è ancora iniziata. È un lavoro lentissimo, ammiro la pazienza dei missionari perché i risultati arrivano con il contagocce. Ma tutto questo muove qualcosa, contribuisce a dare felicità, a liberare dal male. La gente, comunque, è riconoscente.
Il mattino, Mandiaco, un ragazzo, viene a darmi lezione di creolo. Ha preso l’incarico sul serio. Si prepara e mi assegna i compiti. Per non fare figuracce devo farli per forza. Se un giorno fossi suo catechista, come potrei esigere impegno da lui? Con un tale insegnante il mio creolo cresce sensibilmente, riesco a parlicchiarlo e, se non parlano troppo in fretta, capisco. Domenica terrò la mia prima omelia in creolo. Il pomeriggio gestirò un incontro della commissione vocazionale, dolce ricordo di tempi passati.
Rimarrò a Mansôa fino alla fine di gennaio 1993 e ne approfitterò per visitare la missione di Bissorà, gestita dalle suore dell’Immacolata.
I confratelli mi propongono con insistenza di restare a lavorare con loro a Mansôa. È una delle missioni dove potrei essere destinato. Padre Paolo è rimasto con due suore. Molti villaggi chiedono la catechesi. In altri due, dopo anni di lavoro, è iniziato il catecumenato. I giovani che lo frequentano sono numerosissimi, raggiungono quasi le cento unità e occorre seguirli nella formazione umana e cristiana. Il lavoro non manca e mi attira. Con padre Paolo mi trovo molto bene. Mi sento attirato da ogni missione che visito. Ciascuna ha i suoi aspetti interessanti. C’è solo l’imbarazzo della scelta.
La vita di missione mi piace. Ringrazio Dio di essere qui e di potere condividere con gli amici questi frammenti di esistenza. Vorrei che ci aiutassimo a crescere nella missione, a fare crescere quel Bio che è dentro di noi.
Condividere la vita unisce nell’amicizia e fa crescere.

 

Lettera scritta da Bissau il 24 marzo 1993

3. Missione è conversione

Nei mesi precedenti la Pasqua 1993 ho visitato quasi tutte le missioni. In occasione di questa solennità vorrei comunicare la vita nuova donata da Dio, grazie all’atto d’amore più grande della storia, la croce. Vorrei trasmettere a tutti la gioia pasquale.
In questo periodo di visita e conoscenza delle missioni, mi sono dedicato allo studio dei problemi e delle prospettive della Chiesa in Guinea, allo studio e alla pratica del creolo. Per quanto concerne la lingua sono abbastanza soddisfatto: è bello riuscire a comprendere e a farsi capire. Nelle visite ai villaggi mi muovo con maggiore libertà. Da gennaio ho iniziato a confessare e a predicare seppur con gli intoppi e le “figure” degli inizi. Ho consacrato tempo ed energie allo studio della lingua perché è il primo e più concreto modo di amare un popolo.
L’esperienza più forte di questi mesi è stata senza dubbio la visita alle missioni. Dopo Catiò, sono stato a Farim, nel nord-est del paese; a Mansôa, al centro; a Bafatà, nella regione centro orientale; a Suzane, nel nord-ovest. Tra pochi giorni raggiungerò le isole Bijagos: l’ultima missione, ma la prima per bellezze naturali.
Impossibile raccontare quanto ho visto e udito. L’unico modo è vivere l’esperienza sul posto. Provo a formulare alcune riflessioni, suscitate dalla prima immersione nella missione di frontiera, che mi ha posto di fronte a gioie e dolori, a luci e a ombre.
Le ombre, i problemi, le stesse debolezze dei missionari, senza voler giudicare, le sento come un appello alla mia conversione. Di fronte a certe situazioni, a grossi problemi, a inevitabili fallimenti sento che la conversione è il primo compito, per questo devo rinnovare e rafforzare le motivazioni della mia presenza in questa Chiesa. I grandi ideali: la testimonianza, l’amore, la giustizia, la solidarietà… non possono essere accantonati perché la realtà è più complessa e difficile del previsto. Sono partito per questi ideali e, se c’è qualcosa da cambiare sono proprio io, non la speranza, la fede e l’amore che mi hanno condotto qui.
Ogni giorno trovo conferma anche della luce, della sua inviolabile bellezza. La gente mi sta insegnando molte cose. Ma le impressioni e quanto ho sentito dire non si sono ancora sedimentati in riflessioni.
I missionari e le missionarie, con la dedizione e la passione, la preparazione e la ricerca continua delle vie più adatte per servire questo popolo, sono un segno, sono miei maestri. Questa realtà è testimone dei bisogni impellenti della missione. La missione necessita di vite che si dedichino a essa e non in qualche modo, ma con la totalità del proprio essere. O si è sul cammino di santità o si è di ostacolo alla missione. Per santità non intendo gli eroismi compiuti dai missionari, ma l’incontro tra il dono di Dio e la risposta dell’uomo. A questa santità siamo chiamati tutti: io come missionario e tutti i discepoli di Cristo, ciascuno nel proprio campo. Escludendo questa santità è possibile un matrimonio “cristiano”?
I bisogni più impellenti di questa Chiesa sono legati all’evangelizzazione. Si tratta di una Chiesa appena nata, molti villaggi non hanno mai visto un prete e la capitale Bissau sta esplodendo per la popolazione e le nuove problematiche senza che qualcuno vi si dedichi. I catechisti chiedono di essere formati. Siamo agli inizi. Mi rendo anche conto di quanto sia complicato affrontare il tema sviluppo. È urgente provvedere all’istruzione, alla salute, dove sono già grandemente impegnate le suore. Sviluppo ed evangelizzazione devono camminare insieme. All’ospedale giungono persone in fin di vita perché i parenti, prima, hanno chiesto “aiuto” agli spiriti. Tanti progetti non sono realizzati per la corruzione dilagante. Se non nasce l’uomo nuovo, i miliardi, che sfuggendo alla tangentopoli arrivano qui, si perdono in niente.
Il 21 aprile 1993 riceverò la destinazione e dalla sera potrò tornare nella “mischia”, iniziando a lavorare nella mia prima comunità guineense.
Ringrazio chi, in mille modi, mi è stato vicino, degli aiuti ricevuti senza che abbia chiesto, delle preghiere e dei sacrifici. Ho bisogno degli amici, di quello che sono e di quello che mi unisce a loro. Nessuno deve pensare che la sua vita o le sue parole siano poco significative. L’insieme di mari, terre, fiumi, palme animali, persone fanno bella e affascinante la Guinea. Così è la comunione.

 

Mansôa, 1° giugno 1993

4. La vita missionaria a Mansôa

Il 1°giugno 1993 mi trovo a Mansôa, cittadina sconosciuta in Italia, benché sia tra le più importanti della Guinea. Dista 65 km da Bissau e conta circa 4.000 abitanti di diverse etnie. La superficie della missione comprende 70 villaggi, sparsi nella campagna e nella foresta, ed è molto più vasto del territorio di Mansôa. La maggioranza dei villaggi è abitata da popolazioni balante. La religione tradizionale africana è di gran lunga la più importante, con una consistente minoranza musulmana. I cattolici, invece, sono una minoranza. Nei villaggi, praticamente, non ci sono battezzati, tuttavia in una decina di essi la catechesi è impartita regolarmente, mentre in altri due è iniziato il catecumenato in preparazione al battesimo. Il personale della missione ha la cura anche della vita liturgica della missione di Bisserà, affidata alle suore.
La mia comunità è composta da padre Paolo, molisano di 43 anni, ma con un’esperienza decennale di ministero sacerdotale in Olanda. È in Guinea da tre anni; dal brasiliano Eduardo, seminarista ventisettenne, approdato a Mansôa per un’esperienza missionaria e da me, il terzo uomo. Le suore dell’Immacolata sono due e attendono rinforzi.
Le attività della missione sono molteplici, grosso modo raggruppate nelle due tradizionali categorie: evangelizzazione e sviluppo.

Evangelizzazione
A Mansôa si svolgono, grosso modo le attività di una parrocchia tradizionale, fatte le debite eccezioni: siamo in Africa e la comunità è agli inizi. Le attività principali sono la catechesi, la formazione dei catechisti, i ritiri, l’accompagnamento del gruppo degli adolescenti e dei giovani, il catecumenato per giovani e adulti. Alle catechesi partecipano molti non cristiani.
Quasi ovunque, nei villaggi, si lavora alla prima evangelizzazione. Il cammino è molto lento. L’ambiente è completamente diverso e le tradizioni condizionano profondamente la vita della gente. Come ai tempi di Gesù, accanto a tradizioni buone e benefiche ne esistono altre che sono un’autentica schiavitù e generano paura. Bisogna presentare la novità del Vangelo con la testimonianza di vita. Bisogna credere che lo Spirito opera nei cuori di questa gente, anche se a volte non è facile credere al cambiamento. Il peso della tradizione è enorme e grandi sono le sofferenze che provoca soprattutto sulle donne.

Sviluppo
A Mansôa, le suore assistono i gemelli e i bambini denutriti, tengono un corso di taglio e cucito per ragazze e donne. Con padre Paolo cerco di procurare le medicine essenziali, perché il piccolo ospedale ne è spessissimo privo. Ai giovani proponiamo momenti di gioco, di incontro, di amicizia, attività sportive e ricreative per distoglierli dall’alcolismo e da altri vizi.
Nei villaggi, l’educazione nutrizionale e dietetica è ancora più urgente e il personale missionario organizza brevi corsi di igiene.
Ci stiamo assumendo un grosso impegno: l’escavazione di pozzi. Nella stagione secca il problema dell’acqua diventa drammatico. Donne e bambini percorrono km per trovare dell’acqua, poca e contaminata. In un villaggio, dove abbiamo appena terminato l’escavazione di un pozzo morivano perfino le mucche a causa dell’acqua malsana.
Lo scopo, però, è di educare aiutando. La missione procura il materiale e mette a disposizione un catechista che si è specializzato nella realizzazione di pozzi, il villaggio fornisce la manodopera. I risultati, finora, sono incoraggianti. Non potete immaginare la gioia, quando l’acqua prende finalmente a sgorgare. È la fine di un incubo.
Alla gente spieghiamo che l’aiuto che hanno ottenuto è stato possibile grazie alla solidarietà dei cristiani di altri paesi, dell’Italia, dell’Olanda. La cosa li colpisce molto perché, secondo la tradizione, la solidarietà si manifesta solo nella grande famiglia.
Un ultimo campo di intervento nei villaggi è la costruzione di scuole elementari, edifici molto semplici, sempre costruiti con il loro contributo, e la fornitura di materiale didattico. A chi chiede come aiutarmi propongo una possibilità concreta: quaderni e biro sono utilissimi.
Oltre che delle attività della missione è giusto che annoti anche il mio stato d’animo. Mi sento bene, questa vita mi piace, mi entusiasma. Ogni giorno scopro che vale la pena dare la vita per il Signore, per il bene dei fratelli. Quanto, umanamente sembra una perdita, come il lasciare la propria terra, in realtà è un guadagno in intensità e significato di vita. È la bellezza della missione. Nei miei primi mesi di missione ho cercato di introdurmi in questa realtà, partecipando il più possibile alle attività, ai gruppi, visitando i villaggi e, soprattutto, cercando di conoscere la gente sul cammino della quale il buon Dio mi ha posto. È un tempo stupendo per la novità, seppur con momenti di fatica, dovuti all’estraniamento, alla mancanza di amici e conoscenti, soprattutto al diverso modo di vivere le relazioni interpersonali. Anche il fatto di non avere responsabilità dirette, a volte, pesa. I necessari tempi lunghi dell’ambientamento fanno soffrire chi, come me, è più portato all’azione.
I giorni scorsi ho iniziato lo studio della lingua balante. Sarà una delle mie occupazioni principali per i prossimi due anni, se, con costanza, gli dedicherò il tempo necessario. Solo conoscendo la lingua del popolo potrò conoscerne l’animo e solo nella lingua nativa il Vangelo può esprimere la sua carica, la sua ricchezza e incisività.
Del mese di maggio 1993 ho notato tre momenti significativi. La visita al villaggio di N’gandja che, da oltre un anno, chiede di iniziare la catechesi. È in foresta, a un’ora e mezzo di moto. L’ho raggiunto con un catechista-guida-traduttore, stile primi esploratori o quasi, per incontrare gli anziani del villaggio. È stata la prima volta sia per il missionario che per gli anziani.
«Dio solo sa come sono contento - mi ha detto il capo villaggio - da tempo vediamo dei nostri fratelli vivere una vita nuova. Anche noi vogliamo questa vita. Abbiamo scoperto che questo è il cammino di verità, il cammino di Dio». È un’esperienza unica sentire così da vicino la forza e il fascino del Vangelo. Vino di palma e fegato arrosto hanno celebrato l’evento.
Altri quattro villaggi delle vicinanze e un collegio con 300 studenti chiedono la nostra presenza. «Come rispondere a tutti?». Ma anche: «Come negare il dono più prezioso?».
Il secondo momento significativo è stata la celebrazione d’ingresso al catecumenato di 14 nuovi aspiranti a Bisserà, dove ho avuto il dono di presiedere il suggestivo rito. Da 12 anni non c’erano nuovi catecumeni, e così ho avuto la grazia di vedere i frutti del lungo e paziente lavoro di chi ha seminato senza vedere crescere nulla. La fede non può non generare fede. Confesso l’emozione di sentire pronunciare le promesse battesimali e professare, per la prima volta, ufficialmente: «Credo in Gesù Cristo». Nell’omelia ho detto loro: «Abbandonate il male, le antiche paure, il ricorso agli stregoni, ma non abbandonate la tradizione: Dio vuole essere amato e lodato da voi come guineensi, perché Dio è così grande che non può essere servito in un unico modo. Solo l’insieme di varie tradizioni può lodarlo degnamente».
Infine, insieme alla comunità, ho partecipato all’ordinazione sacerdotale di un giovane di Mankalà, villaggio a 3 km da Mansôa. Con questo giovane la nostra parrocchia ha dato il suo secondo figlio alla Chiesa di Guinea. È stata un’esperienza forte, un segno, per cristiani e catecumeni, che la Chiesa appartiene sempre più a loro, che non è l’affare dei bianchi.
Condividendo i doni del Signore, che opera il bene in ogni angolo della terra, attendiamo con trepidazione la stagione delle piogge, benedizione di Dio e speranza di futuro.

 

Lettera Ottobre 1993

5. Il linguaggio del missionario

La stagione delle piagge del 1993 volge al termine. La quantità della pioggia è discreta, quasi abbondante. Il caldo e l’afa si fanno sentire. Con i miei amici riprendo le attività.
In questo tempo ho ricevuto molte lettere, segno di amicizia e di profonda comunione. Io, invece, non ho scritto quasi a nessuno. Non è né pigrizia né scarso desiderio di comunicare. Sto entrando nel vivo delle attività. Tra programmazioni, incontri, conoscenza delle persone mi resta poco tempo per mettermi a scrivere agli amici. Sento che devo inserirmi, con tutto il cuore e la concentrazione possibili, in questa realtà. Ritengo di dover spendere il poco tempo libero che mi rimane per stare con i giovani, con le famiglie, di dedicarlo allo studio degli usi e costumi di questo popolo. Nonostante ciò, mi ripropongo di essere fedele all’impegno delle lettere circolari. Chiedo comprensione per non potere dare risposte personali alle lettere. So di sacrificare l’amicizia, benché sia per me forte e importantissima.
Il tempo della mia “iniziazione” è trascorso. Mi debbo dare da fare. Comincio a conoscere un poco le persone e l’ambiente. Ciò mi dà coraggio ed entusiasmo, pur non illudendomi di conoscere la Guinea . Tra qualche anno scoprirò di aver commesso un sacco di errori e, magari, di non aver capito niente. Ma per crescere occorre rischiare di sbagliare un po’.
La cosa più interessante è la constatazione del crescere di alcuni legami, di alcune amicizie. Ora desidero incontrare, ascoltare coloro che erano per me persone estranee, offrendo loro il mio tempo, appassionandomi perché fanno parte della mia vita.
Con alcuni catechisti, con adulti impegnati in parrocchia, con certi giovani e adolescenti cresce la stima e l’interesse reciproco. In questo trovo gioia sia perché è umanamente bello sia perché l’amicizia e il volersi bene sono il primo linguaggio del missionario. È il linguaggio comprensibile a tutti, è stato usato per primo da Dio, ed è accolto anche dalle tante persone che incontro, che non sono né cristiani né simpatizzanti.
A proposito della lingua, proseguo, con padre Paolo, nello studio del balante. Ci incoraggiamo a vicenda. Frase tipica: «Non ce la faremo mai». Insieme ci stimoliamo a continuare. La frase tipica non c’è ancora. Siamo convinti, però, che è troppo importante parlare una lingua locale, oltre al creolo, quindi non cediamo, per ora.
Con ottobre, riprendono tutte le attività: momento importante sarà l’ingresso nel catecumenato di 7 giovani e due adulti. Alcuni vengono da storie di sacrifici e da persecuzioni morali. Mi diceva Antonio, della tabanca di Kusana: «Da adolescenti andavamo alla catechesi di Mansôa, ma i nostri anziani non volevano. Ci rimproveravano perché, secondo loro, non volevamo lavorare, perché volevamo diventare bianchi rinnegando le tradizioni. Ci dicevano che gli spiriti ci avrebbero inseguiti nel bosco e picchiati. Ma noi volevamo continuare, volevamo conoscere la parola di Dio: insieme ci siamo fatti forza per tanti anni. Ora non abbiamo più paura, anzi, vedendo il nostro cambiamento in bene, gli anziani ci hanno permesso di entrare nel catecumenato. Loro stessi hanno chiesto la catechesi per conoscere questa Parola nuova».
Testimonianze simili, oltre a quelle di alcuni catechisti, che nelle tabanca compiono continui atti di eroismo per essere fedeli alla scelta di fede, mi arricchiscono molto, mi fanno riflettere: «Fino a che livello devono crescere la mia fede e la mia generosità? La missione è un dono di Dio, ogni giorno. Che cosa posso offrire che non abbia ricevuto da Dio e dai fratelli?».
In questo 1993 sarò responsabile del catecumenato dei giovani e, in generale, della catechesi dei giovani, in maggioranza simpatizzanti. Quest’anno dedicherò buona parte del mio tempo all’avvicinamento della tabanca di Rossum, dove non è mai giunto missionario, ma che ora chiede insistentemente la catechesi. Una realtà nella quale si manifesta la necessità di urgenti azioni sanitarie e pozzi.
Padre Paolo ed io stiamo elaborando un programma di intervento nelle tabanca che hanno maggiormente bisogno di pozzi. Grazie agli aiuti degli amici riusciremo a fare qualcosa. Interveniamo non solo dove ci chiedono la catechesi, ma in qualsiasi tabanca che chiede anche solo un po’ d’acqua e i cui abitanti forse non diventeranno mai cristiani. Non vogliamo usare la povertà della gente per fare dei cristiani. Devono sapere che gli aiuti umanitari non dipendono dalla professione di fede. Diventare cristiani è una scelta che deve essere, il più possibile, libera e sincera.
Stiamo pensando a una cooperativa agricola, che sia un aiuto concreto per alcune famiglie più intraprendenti e un esempio di agricoltura che superi la dipendenza e la sopravvivenza. Di conseguenza, io, noto coltivatore diretto, mi occupo di irrigazione, di mucche, buoi da traino, concimi… La missione è una scuola che, ogni giorno, allarga le nostre conoscenze.

 

Febbraio 1994


6. Gli iran non esistono

Nel 1993 sono successe tante cose a Mansôa. Provo ad annotare quanto è accaduto.
Il Natale del 1993, il primo da me trascorso a Mansôa, è stato un’esplosione di festa e di vita. Ma su tutto ha prevalso la gioia e l’incredibile esperienza di raccontare, per la prima volta, la storia della nascita di Gesù nella mia tabanca di Rossum. La profonda religiosità del popolo balante è stata il terreno fertile per annunciare un fatto umanamente incredibile: Dio che diventa uomo. Qualcosa si muove in questa tabanca. Gli anziani del villaggio mi interrogano sulle loro tradizioni in relazione al nuovo cammino. I più giovani sentono l’esigenza di un cambiamento anche se la tradizione e il mondo degli iran domina completamente la loro vita. Un giorno il catechista mi disse di avere assistito a una discussione sugli iran e di essersi meravigliato dell’affermazione di un anziano: «Gli iran non sono né deboli né forti, semplicemente non esistono. Ho vagato da vari djambacos, ma sono rimasto con la mia malattia fino all’arrivo dei missionari. Con le loro cure sono completamente guarito». Parole inaudite, che hanno scosso tutti.
Per quanto mi riguarda non credo di dover condannare apertamente i loro riti e le loro credenze. Annuncio semplicemente il Vangelo con le parole e le opere di solidarietà. Quando Dio vorrà, saranno loro a scegliere la via, professando che in Gesù Cristo le vicende antiche trovano compimento.
Sul versante dello sviluppo ho iniziato la sensibilizzazione sanitaria, invitando la gente a pagare una piccola quota e a servirsi del dispensario, che le suore hanno appena terminato in una tabanca vicina. È il primo passo e, quando le persone saranno pronte, insieme costruiremo il dispensario nella tabanca. Altro progetto in procinto di avvio è una scuola di alfabetizzazione per adulti, soprattutto donne che, per la quasi totalità, sono analfabete.
A Rossum come in altre tabanca è a buon punto la realizzazione di pozzi per ridurre il dramma della siccità. Con gli aiuti generosi, fornitici da Canegrate, Azione Cattolica Studenti, Giovani PIME e molti altri, quest'anno potremmo riuscire a scavare otto o dieci pozzi, in cinque tabanca.
Un avvenimento molto importante è stata la celebrazione della I Giornata della missione, nella quale, per la prima volta, abbiamo riunito i rappresentanti delle quindici tabanca ove diamo la catechesi. Oltre trecento persone si sono concentrate a Mansôa, percorrendo parecchi km a piedi. La gente ne parla ancora oggi, soprattutto in quei villaggi dove la catechesi è seguita da pochi. La gente ha scoperto che la catechesi è un cammino condiviso da molti, anche da adulti e "anziani... dalla barba bianca". Incontri come questi, infatti, aiutano a liberarsi da due idee sbagliate: la catechesi è una "cosa dei bianchi" ed è una "cosa per ragazzi", convinzione ancora molto forte in tante tabanca e tra la maggioranza degli anziani. La testimonianza di alcuni catechisti e la presenza dei capi di villaggio delle tabanca, dove già ci sono i catecumeni, è stata una scoperta impensabile per moltissimi.
Lo studio della lingua balante prosegue, senza dare nessuna soddisfazione, se non la simpatia e l'incoraggiamento della gente, che vuole che la impari. È dura, è come essere in mezzo al mare e non sapere se la riva è lontana o vicina. Ma ci sarà una riva? «Questa fatica non sarà vana. Un giorno ne vedrò i frutti», mi devo ripetere continuamente.
La situazione politica ed economica è sempre critica. È triste vedere un paese che potrebbe vivere bene, schiacciato da una miseria che non lascia intravedere vie d'uscita. Da una parte l'ingiusto sistema economico mondiale, che sottopaga i prodotti locali: legname, noce di caju, pesce..., dall'altra il disinteresse dei governanti per il bene della gente, abbandonata a se stessa, senza strutture, prospettive, sostegni. Se in Italia tangentopoli ha frenato lo sviluppo, qui la corruzione e il malgoverno ingigantiscono il sottosviluppo.
Per ultimo bisogna aggiungere che, in molti settori, la cultura tradizionale è un ulteriore ostacolo allo sviluppo poiché in essa si sono radicate concezioni che frenano ogni innovazione nel campo dell'agricoltura, della salute, della scuola. Nella gran parte dei villaggi, per esempio, le bambine non vanno a scuola e, una mancanza di formazione di base oggi, renderà difficili tutti gli interventi di igiene domestica, salute, economia familiare domani.
Pur in mezzo ai problemi, questo popolo ritrova, ogni giorno, la forza di vivere, di soffrire, di danzare la speranza, perché: N'hala ka (Dio c'è). Questa ostinata volontà di vita è il sorriso di Dio sul volto dei poveri.
A Rossum, ho scoperto di avere un nuovo nome, padre N’dafà, che è una semplificazione, per loro, di David.

 

Lettera scritta a luglio del 1994, Mansôa


7. Le sorprese e i sogni

In luglio 1994 , è terminato il mio primo anno a Mansôa. Le piogge, purtroppo incostanti, hanno sancito la fine delle attività catechetiche e sociali. Mentre la gente è duramente impegnata nel lavoro dei campi, per noi missionari è tempo di programmare e preparare le attività del prossimo anno.
Ripenso, tra aspettative e realizzazioni, a questo primo anno. Se ancora non posso fare un bilancio, posso però dire che è stato un anno abbastanza difficile ma interessante. L'ambientamento a un mondo e a un’attività così diversi è una fatica il cui peso si è fatto sentire a più riprese. Quando ho pensato di avere superato la tappa più dura, ecco sorprese nuove, che mi hanno chiesto di rinnovare le motivazioni, ricordandomi che a cambiare devo essere io e che in questa terra resto un ospite. È un dono questa purificazione continua, perché non lascia spazio all’illusione di essere bravo né di essere all’altezza di ogni situazione. Sono solo uno strumento nelle mani di Dio, per il bene di questo popolo, nei modi che solo Lui conosce.
L'ultima fase dei lavori di escavazione dei pozzi è stata motivo di seria riflessione. Avevamo superato le previsioni: nove pozzi in cinque mesi. La manodopera fornita dai villaggi, nonostante la sua prima esperienza, ha scavato a forza di braccia ... Una bella media. Ma, alcuni imprevisti hanno portato un duro colpo ai lavori: alle piogge, arrivate in anticipo, si sono aggiunti anche diversi fattori legati alle tradizioni della gente. Maggio è il tempo di alcune bellissime feste, di balli e sfide di ogni tipo. Sono manifestazioni suggestive che, però, richiedono molto tempo di preparazione. Altri nuovi fattori stanno rovinando questa gente, primo tra tutti la piaga dell'alcolismo. Qui è una realtà nuova, almeno in queste dimensioni. La sua diffusione è dovuta al grande sviluppo della coltivazione del cadju, una relativa ricchezza per i poveri. Dal suo frutto sono ricavati vino e alcol e, per di più, a prezzo bassissimo. Da qui la diffusione dell'alcolismo, che rende molti uomini incostanti o incapaci di lavorare. Così abbiamo scavato solo metà dei pozzi programmati, gli altri sono rinviati al prossimo anno.
Da tali constatazioni viene la domanda che spesso mi risuona in testa: «Come aiutare realmente questa gente a uscire dal tunnel della miseria?». Dare, fare per loro, offrire tutto pronto è negativo. La forza frenante di certe tradizioni e la corruzione, generata da pratiche arrivate dal mondo occidentale, rendono problematico ogni tipo di intervento. Occorre, davvero, una "pazienza attiva" per non volere tutto e subito, ma neanche per rassegnarsi di fronte ai tanti problemi.
Restano comunque bei ricordi e soddisfazioni. Nel villaggio di Mankalá, davanti allo spettacolo della quantità d’acqua scaturita dal primo pozzo, decine di bambini in festa hanno giocato, finalmente, con acqua abbondante e pulita, le donne hanno caricato acqua senza “pagarla” con interminabili ore di cammino, mentre una donna anziana ci ha ripetuto: «Solo Dio, solo Dio potrà pagarvi per ciò che avete fatto per noi e per i nostri figli!». Questo grazie va, soprattutto, ai molti amici italiani che ci hanno sostenuto.
Ma come aiutare questo popolo, la gente concreta di Mansôa e dei villaggi vicini? Mentre conosco sempre più la vita quotidiana della gente, scopro anche un mondo di sofferenza, diverso da quello che mi immaginavo o che la televisione mostra. Sofferenza costituita, soprattutto, dalla mancanza di speranza, dalla rassegnazione di fronte al futuro, di non potere offrire niente di bello ai propri figli. Mi diceva un catechista: «Io ho già mangiato abbastanza, ma ai miei figli cosa lascerò?».
Al tempo stesso ascolto testimonianze che certificano la volontà grande di reagire, parole di fede in Dio che mi stupiscono. Una donna non cristiana, che ha perso per la seconda volta un figlio di poche settimane, mi diceva: «Spesso, di notte, mi sveglio e penso di averlo tra le braccia e poi… piango. Dovevi vedere come era bello, sì era bello, con tanti capelli. Era di Dio! Sì, era di Dio, Lui ha voluto mostrarmelo prima di prenderlo con sé. Prega perché me ne dia uno che resti con me». In questa fede grande, sta la forza del popolo di Guinea, la speranza che l’oscurità dell’oggi sarà illuminata da energie nuove che scaturiranno dal cuore di queste popolazioni. Vale la pena dedicarmi loro, continuare a lottare, sostenuto dalla forza di sentirmi accompagnato dagli amici e da Dio.
Quando la vitalità e la fede iscritte nel cuore della gente incontrano il Vangelo generano autentici miracoli. Per questo uno dei principali progetti a cui noi di Mansôa dedichiamo le forze, assieme ad altre missioni vicine, consiste nel creare un centro di formazione per catechisti. Non sarà un semplice luogo dove impartire corsi per insegnare il catechismo, ma una “scuola” dove i catechisti, con le loro famiglie, possano vivere per uno-due anni, ricevendo una formazione biblica-catechetica, umana, tecnica (agricoltura, salute, economia domestica …). Tornando nei villaggi saranno la forza propulsiva per un cambiamento che non distrugga la tradizione, ma la purifichi e l’arricchisca. È solo un sogno? La fede e la missione trovano forza nei sogni, quando questi sono voluti da Dio per il bene dei suoi figli.
Non posso tacere sulle elezioni. Purtroppo ha vinto il partito che era al potere. È certo che i suoi uomini hanno imbrogliato, ma le prove non ci sono, perché gli osservatori internazionali se ne sono andati subito. Ai governi europei va bene così perché, con questi ladri al potere, possono rubare meglio. La gente è delusa e spera nell’elezione del presidente, per la quale sarà più duro imbrogliare. Comunque, l’opposizione non minaccia violenza, non ha armi, quindi, la situazione è tranquilla da questo punto di vista.

 

Dicembre 1994

 

8. Ballare la gioia

Nonostante gli sforzi sarà molto difficile far giungere la lettera circolare a tutti gli amici, prima di Natale. In ogni caso la propongo come il mio povero ma sincero dono di Natale. Vorrei entrare nelle loro case, sedermi con loro, invitando alla festa anche questo mio mondo, questa mia gente che, come loro, si prepara a vivere il Natale, coscientemente o semplicemente, come una festa dall’origine sconosciuta.
Nel 1994 ho iniziato a dare la catechesi e a lavorare nella tabanca di Kambedju. Nessuno mai ci è andato prima, né missionari né cooperanti. È un luogo isolatissimo e la strada dà ragione a chi associa il missionario a una vita da Camel Adventur. In un incontro una donna mi diceva: «Padre, qui siamo come in una fossa: se andiamo a destra è lontano, se andiamo a sinistra è peggio!».
Già, non c'è scuola, l'acqua è scarsa, ma c'è gente preparata dallo Spirito ad accogliere il dono più importante, che permetterà di cambiare il cuore per ottenere ciò di cui ogni essere umano ha diritto. Un’altra donna mi confessava: «Abbiamo cercato Dio in tanti modi, ora Lui è venuto a visitarci proprio nella nostra veranda: come possiamo non accorrere?». Uno degli anziani aggiungeva: «Non sappiamo come dirti la nostra felicità per averti qui: vorremmo ballare la nostra gioia». Poi, per invitare i suoi a partecipare, seguitava: «Se un vecchio semina un mango lo fa per i figli. Così anche noi, iniziamo questo cammino anche se non ne vedremo i frutti. Uno solo semina il mango, ma molti se ne cibano: noi ora iniziamo per il bene di molti».
Dio ha preparato questa gente grazie anche alle preghiere degli amici che mi accompagnano. Ora inizia il lungo cammino del primissimo annuncio del Vangelo. All'entusiasmo iniziale seguiranno le difficoltà, le incomprensioni, ma sappiamo che, se Dio lo vuole, porterà a compimento l’impresa. Al missionario è chiesta solo la fedeltà di seminare e di attendere. Per loro l'avvento è appena cominciato, il Natale arriverà quando Dio solo lo sa.
All'inizio dell'anno scolastico ho distribuito i quaderni, donati con grande generosità dagli amici di Canegrate e da altri benefattori. Per le famiglie è gravoso assicurare i quaderni ai ragazzi che vanno a scuola. I commercianti ne approfittano: i prezzi sono proibitivi. Con i quaderni che mi sono arrivati, ho aiutato circa 150 studenti di Mansôa e oltre 400 alunni delle tabanca. Chiedo loro un piccolo contributo, per il semplice fatto che le cose regalate non vengono né apprezzate né utilizzate come si deve.
Non ritorno sulle molteplici attività, ma desidero sottolineare solo e brevemente le novità. Grazie a un organismo tedesco, stiamo per aprire una biblioteca. La gente desidera conoscere e la voglia di aprirsi al mondo è grande. Anche noi, missionari di Mansôa, vogliamo portare il nostro piccolo contributo: un popolo non cresce solo perché gli si assicura da mangiare e da bere. Sono in programma altre piccole iniziative culturali, come un cineforum per gli insegnanti, che permetta loro di conoscere realtà storiche o di attualità.
Nella "mia" tabanca di Rothum abbiamo ripreso la catechesi e, tra poco, continueremo i lavori di escavazione dei pozzi, sospesi a causa della stagione delle piogge e dei problemi cui ho accennato nel capitolo precedente.
Piano piano entro nella vita di questa gente e un po' anche nel loro cuore. Ormai il mio nome è N'dafá e chi si azzarda a chiamarmi Davide viene seccamente redarguito! Anche la mia conoscenza della lingua balante cresce. Ora riesco a cavarmela nelle conversazioni semplici e a intuire i discorsi. Un missionario, che è stato in Guinea, mi incoraggiava: «Non temere, farai fatica per i primi cinque anni, ma poi ce la farai» ... Sinceramente, speravo un po' meno.
Un giorno a Rothum, partecipando alla celebrazione di un funerale, secondo la tradizione, un uomo mi ha confidato la sua tristezza nel vedere tanti animali sgozzati per il rito, mentre la gente manca del necessario. Gli ho domandato quando tutto ciò finirà, quando le paure, che inducono ad ammazzare tanti animali per soddisfare gli antenati e gli spiriti, scompariranno. Lui mi ha risposto: «Un giorno, se noi giovani avremo la forza di vendere qualche mucca per mandare a scuola i nostri figli, tutto questo cambierà. Continueremo ad onorare i nostri morti, ma non sprecheremo tutte le nostre ricchezze per il loro funerale». È raro sentire discorsi di speranza, è più facile ascoltare affermazioni di rassegnazione o di desiderio di fuga nel miraggio dell'Europa.
Purtroppo la Guinea è stata duramente colpita dal colera: oltre 36 mila casi e centinaia di morti. La zona di Mansôa è stata tra le più colpite. Solo ora i casi cominciano a ridursi. L'intervento è stato tardivo, ma poi grazie alla cooperazione internazionale e all'impegno di molte persone c'è stata una buona reazione. Nelle tabanca la mentalità ha costituito un duro ostacolo per debellare il colera. La popolazione crede che la malattia e la morte non dipendono da ragioni naturali, ma da forze maligne o da vendette. «Il colera è un'invenzione dei bianchi», si dice. Ne segue che la gente rifiuta le misure di prevenzione.
Ma devo pur dire che ancora una volta sono scomparsi i medicinali. Anche in questo caso si impone, chiarissima, l'urgenza di formare le coscienze: l'annuncio del Vangelo resta il dono più grande che posso dare, perché da un lato libera dalla paura, da false concezioni che bloccano interventi di sviluppo, dall'altra colma il vuoto con grandi valori, che non equivalgono ad avere sempre di più, approfittando persino di chi sta morendo.
In Guinea, mentre apprezzo sempre più il dono di essere cristiano gusto la bellezza e il valore della vocazione missionaria. Non basta qualche anno per andare in profondità, occorre il dono della vita.
Un giorno, ero a letto con la febbre. Bussa un giovane, ammalato di epilessia, che mi porta tre uova per darmi forza. Mi sono detto: «Oggi il Signore è venuto a trovarmi, è venuto a dirmi che ha trovato casa in questo mondo di dolore e di ingiustizia, nel cuore di chi sa donare per amore tutto quel poco che ha». Quel giorno per me è stato Natale.


Mansôa, maggio 1995


9. Sfida all’iran - La Parola che libera


I primi mesi dell’anno, fino al maggio 1995, sono stati densi di avvenimenti per la comunità di Mansôa. La Pasqua è stata allietata dal dono grande del battesimo di alcuni adulti e adolescenti. Per gli adulti è stata la conclusione di un cammino di molti anni di preparazione, cinque, dieci o più che, per alcuni di loro, sono stati segnati da un’autentica persecuzione. Non posso descrivere la gioia di quel giorno, perché solo chi ha sofferto per ricevere un dono, per noi tanto naturale, può innalzare canti di gioia e danze di ringraziamento con un fervore mai visto prima. Battesimo, cresima, prima comunione e matrimonio nella stessa celebrazione sono stati per me una cosa davvero nuova. Nonostante la partecipazione massiccia, grande è stata l'attenzione, soprattutto della gente delle tabanca, molta della quale, per la prima volta, ha assistito a una messa e ha intravisto quanto Dio, nei tempi da lui fissati, concederà a loro e ai loro figli. Anche per me è stata una gioia grande: per la prima volta, in Guinea, ho amministrato il battesimo.
Un altro momento significativo è stato l'ordinazione diaconale del seminarista guineense Jorge che, quest’anno, vive con noi a Mansôa.
Un'altra celebrazione intensa, nella quale abbiamo tentato di introdurre gesti e simboli della tradizione locale, per obbedire all’esigenza di inculturazione, cioè allo sforzo di esprimere l'unico Vangelo nei linguaggi e nella mentalità dei popoli che ricevono l'annuncio.
Per il resto le attività di evangelizzazione, di sviluppo e di ricerca continuano... A volte sembra di andare avanti, altre di non essere mai partiti. Allora torno a ripetermi che occorre seminare con fede, perché ciò che realmente si muove nel cuore delle persone e delle società Dio solo lo conosce, perché è lui che agisce. I battesimi di quest'anno sono frutto del lavoro di chi ha seminato molti anni fa, senza vedere niente. Anch'io, mentre gioisco dei risultati di un lavoro che non ho compiuto, devo saper seminare là dove umanamente sembra che si perda tempo, accettando anche di sbagliare nel cercare vie nuove per meglio aiutare questo popolo.
Ringrazio di cuore tutti gli amici che mi aiutano a dare la vita, a seminare Vita. Alla mia gente ricordo sempre che non sono io il "buono" che li aiuta, ma che sono semplicemente la mano che dà il frutto del lavoro di un “corpo” intero, costituito da amici e da fedeli che, in mille modi, mi sostengono materialmente e moralmente. Accompagnandomi, mi danno l’energia di rinnovare la decisione di consacrarmi totalmente, anche di fronte alle delusioni.
La gente di Kambedju, mia seconda tabanca, ringrazia per gli aiuti ricevuti. La scuola, attesa da quindici anni, è stata terminata. Ha lavorato sodo, soprattutto alcune persone che hanno vinto la tentazione di fermarsi di fronte a chi non collabora. Sono questi pochi la speranza che qualcosa di nuovo sta nascendo.
Dopo la rassegna dei momenti significativi, legati per lo più a feste religiose, mi soffermo su un avvenimento dell’altro ieri. Forse, aiuta a capire la lotta che questa gente deve affrontare tutti i giorni.
Un catechista, soffocato dalla tradizione della tabanca che, per paura della novità blocca tutto, da anni vuole intraprendere una vita nuova e vivere con spirito libero il Vangelo. Finalmente, si è deciso. Costruirà la sua casa appena fuori dalla tabanca e inizierà a lavorare la terra, libero da obblighi e sacrifici agli spiriti e cose del genere. Resterà, però, accanto ai suoi, perché essere cristiano non significa separarsi o rinnegare la solidarietà familiare.
Ma i "grandi" della tabanca non vogliono, cercano di fermarlo con le minacce. Dicono che il luogo dove sta costruendo la casa è terra di passaggio dello spirito iran (cattivo), che chi vive lì verrà ucciso dall'iran. Ma il catechista è deciso; noi lo appoggiamo. Altri due catechisti hanno già lottato per la stessa liberazione.
Il giorno in cui iniziano i lavori per costruire la casa, un ragazzo, che partecipa all'opera, viene investito da un camion, uscito fuori strada per un sorpasso. È il panico! Tutta la tabanca accorre; il ragazzo non si muove; tutti gridano contro il catechista, lo additano come il colpevole, perché ha sfidato l'iran, e dichiarano che deve essere ucciso. Nessuno si sogna di dare la colpa al folle autista! Il catechista non resiste, fugge, vuole raggiungere il Senegal o anche ammazzarsi.
A questo punto avviene un duplice miracolo: il ragazzo si riprende. All'ospedale confermano che è fuori pericolo. È il miracolo meno grande. Il catechista, convinto che il ragazzo sia morto, continua la fuga, ma incontra proprio uno dei due catechisti che lo hanno incoraggiato a intraprendere il cammino della libertà. Questi cerca di calmarlo, gli offre immediatamente il suo maiale per il presunto funerale del ragazzo. Mentre tutto sembra precipitare, arriva anche il secondo catechista amico con la bella notizia che il ragazzo non è morto. Ma il malcapitato ha paura e non vuole più continuare l'opera. «Chi accetterà di aiutarmi, dopo quello che è successo?», dichiara. I due amici si offrono immediatamente. Nella loro povertà danno tutto. Pur avendo molto lavoro da svolgere, lo sospendono e vanno a lavorare gratis dal catechista sfortunato, mostrando alla tabanca che l'iran non può fare nulla contro chi ha fede in Dio. C’è di più. Parlo con alcune persone della tabanca di Rothum, che vincono miracolosamente la paura dell'iran, e accettano di associarsi all’impresa. Uno di queste afferma: «Adesso ci affidiamo a Dio; preghiamo Gesù; non ho paura dell'iran. Se il catechista ce la farà, anche per coloro che da poco stanno accogliendo il Vangelo brillerà la luce di una possibile liberazione».
È in momenti così che sento, nel profondo del cuore, la forza e la bellezza della parola di Dio, unica speranza per l'uomo e vero strumento di sviluppo e liberazione. Nessuno stanziamento di miliardi a favore dell'Africa può fare quello che il Vangelo realizza silenziosamente tra questa gente. E, incontenibile, rinasce l'urgenza di annunciarlo a tutti, di dire anche agli amici: «È solo in questa Parola che si può trovare la forza e la vera felicità. Se il Vangelo può superare ostacoli enormi e secolari come questi, non potrà forse abbattere quelli della vita di ciascuno di noi?».

 

Circolare del novembre 1995, da Mansôa

10. Più domande che risposte

Le lettere agli amici sono sempre più rare, soprattutto quelle personali, ormai ridotte a dispacci di agenzia, di cui sinceramente mi vergogno. Il mio silenzio non significa mancanza di attenzione o poca amicizia. La faccenda ha però un lato positivo. Scrivere in continuazione agli amici, lasciati nel proprio paese, potrebbe dire che non ci si trova bene e che si è estremamente soli. Riconosco, però, che c'è una via di mezzo tra il troppo e il pochissimo...
C’è una parziale novità in casa nostra: il diacono Jorge è stato ordinato prete. Il vescovo ci ha chiesto di accoglierlo a Mansôa, per accompagnarlo nel primo periodo di ministero. Siamo quindi in tre preti. La sua ordinazione nella terra natale, le splendide isole Bidjagos, è stata una grandissima festa. La nostra comunità ha partecipato in massa, oltre settanta persone, molte di queste hanno pensato al costo del viaggio e dei tre giorni di "trasferta". Per quasi tutti è stata la prima volta di un viaggio in mare.
Purtroppo però le feste finiscono e i problemi restano. Sul finire di questo 1995 la gente soffre realmente la fame. Mangia una volta al giorno, spesso solo riso bollito. L'inflazione è altissima, ma gli stipendi restano fedelmente gli stessi. Il governo non fa nulla e i prestiti della Banca mondiale, che tutto sono tranne che aiuto, obbligano a mantenere fissi gli stipendi statali per “non aumentare l’inflazione". Quando avranno ucciso tutti gli africani, con questo sistema economico internazionale, saranno felici perché anche l'inflazione sarà sconfitta... Lo stipendio mensile di un insegnante è di L. 25.000, sufficiente per comprare 15 chili di riso.
Di fronte a questa situazione noi missionari ci domandiamo: «Come aiutare questa gente? Che fare? Io mi sento ricco, ho tutto: come posso mangiare tranquillo il mio riso e il mio pesce sapendo che i miei amici non mangiano?». Chi soffre la fame non è gente qualunque, volti anonimi visti alla Tv, ma persone con le quali vivo tutti giorni, a cui voglio bene, con cui lavoro, litigo, scherzo, prego. Sento crescere in me il desiderio di condivisione: «Come annunciare una parola di Vita dall'alto delle mie ricchezze, se non ho mai provato cos'è la fame, la debolezza, la vita senza comodità? Gesù si è fatto povero, non è nato nella famiglia dei ricchi del tempo, ma in una stalla, per farsi tutto a tutti».
Queste riflessioni, unite al tentativo di approfondire la conoscenza della lingua e della cultura balante, mi hanno portato a scegliere di vivere solo in parte a Mansôa. Tra poco comincerò a trascorrere 3 giorni la settimana nella tabanca di Kambedju. Con la costruzione della scuola, abbiamo realizzato anche una stanzetta, che diventerà la mia residenza, completamente inserita nel villaggio. Mangerò con la gente e condividerò un pezzo della sua vita quotidiana. Vedremo come andrà a finire.
Le attività, anche se quelle vere restano la preghiera e la condivisione, sono riprese con alcune nuove iniziative per favorire lo sviluppo. Dove abbiamo costruito i pozzi abbiamo avviato una piccola attività di orticoltura, completamente autogestita. Insegniamo. Chi vuole lavora e guadagna, gli altri, quando vedranno i risultati, seguiranno.
In collaborazione con le suore stiamo pure aumentando l'appoggio alle scuole elementari dei villaggi, favorendo la costruzione degli edifici, formando gli insegnanti e sostenendoli economicamente. A Kambedju, la scuola costruita con gli aiuti inviati dagli amici di Canegrate ha aperto le porte con tre classi di prima elementare. Molti altri avrebbero voluto iscriversi, ma non c’era posto. L'istruzione è una delle vie dello sviluppo, ma su di essa pesa il grande problema del futuro: «Qual è la prospettiva di lavoro per un giovane diplomato in Guinea?».
La catechesi è ripresa ovunque, con un considerevole aumento, soprattutto di giovani. Solo nella piccola Mansôa sono 180. Tutti sappiamo però che i numeri possono ingannare o illudere. È sempre necessario cercare le vie migliori per dare una vera formazione umana e cristiana a questi giovani, che in pochi anni passano dalla tradizionale vita di tabanca alla vita della capitale, triste incrocio malriuscito di antico e moderno. Per la grande maggioranza Mansôa costituisce solo un momento di passaggio. All’infuori dell'agricoltura, qui non c'è alcuna prospettiva di lavoro. In questi pochi anni dobbiamo formare persone solide, pronte ad affrontare un mondo ostile e confuso. «Come fare? Come rispondere alle vere esigenze? Ho l’impressione che con la stragrande maggioranza della gente si resti solo alla superficie». Mi rendo conto che sono più le domande delle risposte: forse è un buon segno.
Presto sarà Natale, la festa che invita a unirsi al mistero di Dio, che si è fatto povero per condividere le nostre gioie e soprattutto i nostri dolori, ma io già penso all’estate 1996, quando andrò in Italia per le vacanze.

 

Aprile, 1996

11. Quando uno di noi racconterà…

Mancano meno di due mesi al mio primo rientro in Italia. Se prima non pensavo molto a questo momento, ora cerco spesso di immaginare come sarà il ritorno: penso alle persone che conoscevo e che desidero rivedere, penso a tutti coloro che, prima di partire, non conoscevo, ma che in questi anni si sono uniti alla “mia” avventura con tanta generosità. Aerei permettendo, la data della mia partenza è fissata per il lunedì 10 giugno 1996, nel pomeriggio.
Sento un grande desiderio di rivedere amici e parenti, perché gli anni passati senza vederli fisicamente non hanno intaccato l'amicizia e il ricordo di tanti momenti ed esperienze vissute insieme. Inoltre, nei modi che solo il Signore conosce, con alcuni l'amicizia è cresciuta, grazie ai tanti segni che mi sono stati dati, con estrema delicatezza e attenzione.
Mi fermerò in Italia per circa quattro mesi, approfittando della stagione delle piogge e di una minore intensità delle attività. Dovrò certamente riposarmi e fare una “revisione generale” del corpo e dello spirito. Tuttavia non mi mancherà il tempo di vedere le persone care.
A Mansôa, la vita continua abbastanza bene, con le sue fatiche e le sue gioie. E gioia grande è stata la celebrazione della Pasqua. Nella notte ho amministrato il battesimo, con la cresima e la comunione, a ventidue giovani che, in questi tre anni, ho accompagnato nell'impegnativo cammino del catecumenato. Sicuramente è stato uno dei doni più belli ricevuti in Guinea. In questi anni ho notato in molti un grande interesse per conoscere e vivere il Vangelo pur nella loro difficile situazione. I giovani battezzati provengono quasi tutti da famiglie non cristiane e diversi di loro hanno sofferto, fisicamente e spiritualmente, non poche persecuzioni da parte della famiglia o degli amici. In molti di loro ho visto un cammino, una vita nuova, che il dono del battesimo ora ha reso realtà. Qui, in Guinea, sto comprendendo la ricchezza del battesimo, perché si manifesta necessariamente come il passaggio da una vita vecchia a una vita rinnovata da Cristo.
Un lavoro grandissimo resta da fare: molti aspetti della vita cristiana sono poco vissuti, soprattutto l'impegno del matrimonio che, oggi, la stragrande maggioranza dei giovani non prende nemmeno in considerazione. Da un lato rifiutano il modello tradizionale, perché è frutto di costrizione e attualmente è corrotto dalla degenerazione della dote, dall’altra preferiscono la convivenza senza nessun legame definitivo. Il fenomeno reca con sé gravissime conseguenze, soprattutto per le ragazze, che si trovano ad essere madri senza avere un uomo accanto e a dover lottare per sopravvivere, senza ottenere un grande appoggio della famiglia, che non riconosce quel tipo di unioni. Noi cerchiamo di formare questi giovani, anche con l'aiuto delle poche giovani coppie cristiane, ma è una grande sfida. La televisione, con le telenovelas quotidiane, ha una voce ben più forte della nostra. Ma noi seminiamo, perché ci affidiamo a una Parola che non è nostra, e che, come la pioggia di primavera, con certezza, darà frutto e vita.
Le altre attività procedono, in particolare, il centro di formazione per i catechisti è quasi ultimato, e già viene usato per brevi incontri. Sento spontaneo salire dal cuore il ringraziamento per quanti ci hanno aiutato a realizzarlo.
Continuo l'esperienza di vivere alcuni giorni la settimana in tabanca. Non me la sento di parlarne, perché i pochi mesi non costituiscono un dato sufficiente ai fini di una valutazione. Non mi sono, comunque, mai ammalato, con buona pace di chi ha voluto prodigarmi giuste raccomandazioni.
La presenza prolungata mi ha permesso di visitare alcune tabanca, che da tempo chiedevano la catechesi. Stando sul posto ora è più facile rispondervi. Da due mesi, infatti, ho iniziato la catechesi e la costruzione della scuola a Ndula, una tabanca persa nella foresta, a pochi km da Kambedju. La gente ha riaperto una strada per potervi giungere direttamente dalla mia "residenza" di Kambedju. La cosa più bella? Mi ha accompagnato il capovillaggio di Kambedju, realizzando la "profezia" fatta da uno di loro, un anno e mezzo fa all'inizio della catechesi. «Quando uno di noi andrà a raccontare queste cose ad altri nostri fratelli sarà il segno che noi cominceremo a credere un po' in questo nuovo cammino».
Proprio ieri, nella vicina tabanca di Narhun, abbiamo preso gli ultimi accordi per intraprendere l’avventura con lo stesso stile. Ma a dare la catechesi sarà un nuovo catechista, che sta dimostrando uno slancio missionario notevolissimo. Grazie a lui abbiamo potuto iniziare in altre quattro tabanca!
Affido alle preghiere degli amici e delle comunità cristiane queste due nuove realtà, dove il Vangelo, dopo duemila anni, comincerà ad essere proclamato e ascoltato. Occorre molta preghiera sia per loro che per noi, affinché lo scoraggiamento non divenga mai padrone del nostro cuore. Al di là delle belle constatazioni, devo ammettere che è davvero duro il lavoro degli inizi in una tabanca. Questi bei segni sono piccoli fiori in un deserto che, come crediamo fiorirà. Più che aiuti economici, di cui constato la generosità di chi intuisce che dietro a ogni iniziativa c’è necessità di appoggio materiale, chiedo preghiere.

 

Mansôa, 2 gennaio 1997


12. Faccio nuova ogni cosa

Mansôa, 2 gennaio 1997. Natale è appena trascorso e nel suo clima di festa e di gioia ho scritto la mia prima lettera dopo le vacanze in Italia. Ripensando a quei 4 mesi trascorsi con amici e conoscenti il cuore mi si riempie di gioia e di riconoscenza. E' stato un tempo intenso, di ricarica forte e soprattutto un'esperienza di amicizia grande. Pure il rientro è stato buono, l'accoglienza calorosa ha allontanato la nostalgia e mi ha rilanciato verso la missione. Qui, le persone hanno davvero una grande capacità di comunicare vita, soprattutto se si tiene conto del contesto in cui vivono, che tutto è tranne che un inno alla vita e alla gioia. Eppure c'è un qualcosa di misterioso che rende lo stare qui affascinante, capace di non far rimpiangere le realtà, pure tanto belle, che ho nuovamente lasciato in Italia.
La festa di Natale è un esempio: la gioia sprigionata nella messa di mezzanotte, la calorosa accoglienza nelle case dove sono passato per fare gli auguri e il conseguente invito ad assaggiare le specialità locali, l'abbondanza di colori e suoni, tutto manifesta una vita che nulla e nessuno possono spegnere. Natale dice che Gesù è nato povero tra poveri, ma che una luce è brillata nella notte, che una nuova speranza ha trasformato una squallida mangiatoia nel luogo più amato del mondo.
È vero però che accogliere questa luce non è sempre facile, perché la miseria è qualcosa di pesante, è una realtà che Dio stesso rifiuta. Tornando dall'Italia ho visto una situazione peggiorata, i prezzi sono saliti ancora, strozzando sempre più un popolo già oppresso. Le ingiustizie crescono e pochi hanno la forza di alzare la voce. La scuola è tuttora chiusa, perché lo sciopero degli insegnanti è terminato solo ora, dopo 7 mesi. Purtroppo questa giusta protesta non è servita quasi a niente: chi ha in mano il potere sa istigare la popolazione, sa dividere chi lotta per la giustizia e così tutto va avanti come prima, con i ricchi sempre più ricchi e con la sfacciataggine di indossare i panni di chi è preoccupato del futuro dei bambini e dei giovani che non hanno la possibilità di andare a scuola.
Ma la verità non può essere uccisa: sta nascendo una coscienza nuova, molti nostri cristiani hanno imparato a difendere i propri diritti, a riunirsi in sindacati, a difendere la verità anche se minacciati. In due incontri convocati dal presidente della regione con la popolazione di Mansôa, siamo stati testimoni di quanta falsità siano capaci i detentori del potere, timorosi che il proprio "seggiolino" salti e di quanto coraggio abbiano acquisito diversi cristiani e altri cittadini. Il presidente se n'è andato umiliato, nonostante i paroloni accattivanti prima e minatori dopo.
La nostra evangelizzazione insiste molto sulla difesa della giustizia, sulla formazione di laici che sappiano testimoniare e introdurre i valori del Vangelo nel mondo politico, economico e lavorativo. Ci è stato detto che siamo stranieri e che, su queste questioni, dobbiamo tacere. Per noi e per la nostra comunità non c’è incentivo più forte che il sentire queste parole. Significa che siamo arrivati a colpire il male, a far risuonare la Parola che salva e che libera proprio là dove non è rispettata.
Naturalmente il lavoro di coscientizzazione sociale va di pari passo con la formazione integrale delle piccole comunità cristiane di Mansôa e delle tabanca. La catechesi è ripresa, nuovi giovani e adulti sono entrati nel catecumenato e due nuove tabanca avranno la catechesi. Io, ora, andrò anche ad Aria, oltre che Rosum, Kambedju e N'tchola. Queste comunità crescono, alcune mostrano segni belli e di speranza, altre sono una continua prova alla nostra pazienza. In qualche caso siamo stati costretti a sospendere la catechesi, perché la partecipazione si è rivelata insufficiente. Preghiamo perché nel silenzio della Parola, lo Spirito lavori ancora tra questi nostri fratelli, e il cuore di qualcuno si apra per rinnovare la presenza. Anche la tabanca di N'tchola, l’ultima ove ho iniziato la catechesi, rischia di fermarsi.
Un'iniziativa, che sta dando frutti e che sta segnando la crescita di alcune comunità di tabanca, è quella degli incontri periodici tra gruppi della stessa età e provenienti da varie tabanca. Siamo già al terzo anno e, tra i vari partecipanti, si nota una crescita di coscienza, una decisione che lentamente si afferma tra mille difficoltà. Una donna, dopo il primo incontro, mi disse: «Quello che ci avete detto sul matrimonio è bello, ma per un balante è impossibile restare fedele a una sola donna. Mio marito ne cercherà un'altra e, anche per me, è importante avere un aiuto in casa». Ebbene, questa stessa donna, durante l'ultimo incontro, nel momento di condividere la propria esperienza, ha dato una semplice ma bellissima testimonianza di come ora vive il valore della monogamia, nonostante la pressione sociale di cui continuamente soffre insieme al marito. Ora, alcune comunità la domenica si riuniscono per pregare e leggere la parola di Dio, in attesa del giorno, ancora lontano, in cui la liturgia della parola diventerà liturgia eucaristica.
Le altre attività continuano, in particolare ora, con l'arrivo di due missionarie laiche dell’Associazione Laici Pime (Alp), che staranno con noi per tre anni. Annamaria è infermiera e, con lei, stiamo rinforzando il lavoro in campo sanitario. Angela, invece, lavorerà nell'orticoltura e nella conservazione dei prodotti.
Un'iniziativa, per la quale da tempo stiamo lavorando, realizzata grazie ai generosi aiuti venuti dall’Italia, sta per aprire i battenti. È il Centro di formazione integrale dei catechisti del settore Oio. L’iniziativa, pensata in collaborazione con le missioni di Bissorá, Farim e Begene e realizzata dalla missione di Mansôa, comincerà a funzionare alla fine di gennaio 1997, ricevendo nove famiglie che si fermeranno al catechistato per tre anni. Riceveranno una formazione integrale (catechesi, agricoltura, alfabetizzazione, lavori vari, salute, economia domestica...) per essere poi catechisti nelle loro tabanca e in quelle vicine, sia con l'annuncio esplicito del Vangelo, sia con la testimonianza di una vita nuova, capace di essere stimolo a uno sviluppo integrale della propria gente. Il progetto è bello e necessario, può dare una svolta al nostro stile di presenza, ma le difficoltà saranno molte, molte davvero.

 

Giugno del 1997 a Mansôa



13. Il dialogo della vita

La stagione delle piogge, segna la vita dell’anno pastorale, almeno per alcune attività, e mi permette, dopo un lungo silenzio, di scrivere agli amici italiani
Il Vangelo di questa domenica presenta la parabola del seme che, dopo essere stato gettato nel suolo, cresce da solo: il seminatore, sia che dorma, sia che vegli, non può fare nulla per anticipare il raccolto. Guardando a questi quattro anni e più trascorsi a Mansôa, mi rendo conto della verità di queste parole, le stesse che ho letto il giorno della mia prima messa. Se volessi elencare i risultati della mia presenza qui, tra l’altro striminziti, farei un grosso errore. La Guinea si trova ancora nella stagione della semina, anzi, in alcuni casi è necessario dissodare il terreno. In molte zone, infatti, inizia ora la presenza dei primi missionari. Certo, in alcuni momenti il buon Dio fa sbocciare fiori splendidi, segno che un giorno verrà il tempo del raccolto. I segni indicano realtà nuove, che qualcosa si muove, che il terreno è buono, soprattutto che il seme ha forza, perché è di Dio. Guai, tuttavia, a illudersi, guai, soprattutto, se questi risultati, come le cose semplici che voglio annotare, spegnessero la domanda che deve continuamente rinnovare la mia presenza. «Quali sono i modi migliori per camminare con questo popolo? Come accompagnare lo sviluppo di una delle nazioni più povere dell'Africa? Come scoprire, con loro, la presenza di Cristo, Vita vera per ogni popolo?».
Quest'anno, ho dedicato una buona parte del tempo allo studio della lingua balante. Qualche progresso mi permette ora di dare alcune parti della catechesi direttamente nella lingua della gente dei villaggi. Durante le feste, in cui la gente di vari villaggi si incontra, è motivo d'orgoglio (nonché di divertimento!) per le persone della mia missione presentare il loro missionario - ribattezzato padre Ndafá - che parla balante. Con l'aiuto di un catechista sto traducendo in questa lingua testi di catechesi, preghiere e salmi. Ma il cammino è realmente lungo, non posso assolutamente dire di sapere il balante né so se ce la farò mai.
«Le vie del Signore sono infinite». Sto sperimentando la verità di questo detto in un campo in cui non speravo raccogliere frutti. Stando nella tabanca di Kambedju, due o tre giorni la settimana, sono entrato in contatto con i villaggi vicini di etnia mandinga, tutti musulmani. Ne sono nati un'amicizia e un rapporto di fiducia, che ora dà frutti anche nel dialogo con l’islam.
In Guinea i musulmani sono quasi il 40% e, grazie a Dio, non subiscono influenze dai gruppi fondamentalisti di altre nazioni. In genere, hanno grande stima della Chiesa. Stando a Kambedju, ho collaborato con loro nella costruzione di una scuola. C’è di più: anche le attività sociali sono decise con loro. Un giorno sono stato invitato a un grande raduno di preghiera, dove sono confluiti diversi villaggi mandinga. Sono stato presentato a tutti i loro capi religiosi e anziani che hanno pregato per me e, insieme, abbiamo condiviso un buon pasto a base di riso, olio di palma e gazzella (senza vino naturalmente!).
Lo scorso anno, il "sacerdote" musulmano di Mansôa mi ha invitato per la posa della prima pietra della scuola coranica. Con mio grande stupore, sono stato chiamato a posare la prima pietra.
Affinché questi segni bellissimi di dialogo della vita, tra persone che cercano Dio, non rimanessero solo un rapporto tra "capi" religiosi, in maggio abbiamo organizzato due giorni di formazione per i catechisti proprio sulla religione mussulmana. Nello studio e nella riflessione ci ha aiutato un missionario del Pime, che da anni lavora esclusivamente tra i musulmani. È pure intervenuto il "sacerdote" musulmano di Mansôa, che ci ha parlato della loro fede in Dio e, in toni molto positivi, del rapporto con i cristiani. I catechisti sono rimasti entusiasti e sorpresi di scoprire che questa religione è così vicina alla nostra, ma spesso tanto fraintesa. Credo sia stato il primo incontro del genere in Guinea, un dialogo della vita. Non può che fare bene e seminare pace.
Le attività sociali proseguono, rinforzate dalla presenza delle due ragazze dell'Alp. In campo sanitario, stiamo inaugurando quattro dispensari in villaggi lontani. I primi due dovrebbero essere aperti subito dopo la stagione delle piogge. Nel corso del mese di giugno, nella missione, apriremo pure una farmacia, per sopperire all'endemica mancanza di medicinali. Continuiamo pure l'assistenza ai gemelli e ai bambini malnutriti.
Tutte queste attività sono realizzate in collaborazione con la popolazione, cosa che comporta ritardi, dovendo ogni realizzazione essere preceduta da una paziente sensibilizzazione, perché le cose di tutti rischiano, in ogni parte del mondo, di diventare le cose di nessuno. Non ho mai fatto richieste esplicite ma, se per questi dispensari ci fosse qualcuno o qualche gruppo che sostenesse le spese di costruzione e di fornitura materiali...
L'appoggio alle scuole prosegue. Anche quest'anno abbiamo costruito una nuova scuola. Insieme alle suore, in totale, seguiamo sette scuole, in villaggi dove lo stato non è presente. Molti ragazzi, che abitano insediamenti senza scuola, ogni giorno, percorrono km e km pur di avere un’istruzione, raggiungendo i villaggi beneficiati dalla presenza di una scuola. Offriamo formazione agli insegnanti e cerchiamo di sensibilizzare la gente sul valore dell'istruzione, soprattutto per le ragazze, normalmente escluse dalla scuola.
Sono stati realizzati, grazie agli aiuti giunti dall’Europa, quattro pozzi, che hanno risolto ad alcune centinaia di persone il problema più drammatico di cui soffrivano: la mancanza d'acqua. Non potete immaginare quanta sofferenza e quante conseguenze negative porta con sé la mancanza di questo elementare bene. Accanto ai pozzi, si sta sviluppando l'orticoltura e la trasformazione dei prodotti: conserve di pomodori, marmellate, succhi di frutta. Il tutto è a uno stadio iniziale, sperimentale, ma c’è tanta fiducia.
Il centro per i catechisti continua l’attività di formazione integrale per i catechisti e per le loro famiglie. Il 29 giugno, il vescovo presiederà all'inaugurazione del Catechistato. Alcuni dei partecipanti saranno ammessi al catecumenato, segno di una decisione e di come il seme, un poco alla volta, cresce. Per certi villaggi sono le prime famiglie di catecumeni e, fra tre anni, se tutto andrà bene, con l'aiuto di Dio, saranno i primi battezzati di queste terre, dove non c'è ancora nessun cristiano. C'è anche una famiglia della tabanca di Rossum, dove ho iniziato a dare la catechesi. «Il regno di Dio è come un uomo che gettò il seme nel terreno: che dorma o che vegli, il seme cresce, senza che lui sappia come...».
Sia lodato il Signore che fa cose grandi per mezzo di poveri peccatori!

 

Mansôa, lettera del 29 novembre 1997



14. Il colera e l’aiuto

In prossimità delle feste natalizie del 1997 approfitto per augurare agli amici un Natale felice, in comunione profonda con tutti coloro che cercano la vera pace e la giustizia.
Quest'anno, debbo ringraziare il Signore per averci liberato dal flagello del colera, che ha imperversato con alti e bassi per quasi un anno. La zona di Mansôa ha sofferto parecchio, nei mesi da giugno a settembre, con oltre duemila casi e più di duecento morti accertati. Data la lunga durata della crisi gli aiuti internazionali sono finiti e, più volte, sono venuti a mancare medicinali e aiuti particolari ai medici, agli infermieri e agli ausiliari. L'ospedale di Mansôa, diventato "centro di infezione", è stato chiuso, e si sono aperti tre ospedali da campo nelle zone più colpite. Per accogliere i malati abbiamo messo a disposizione una scuola e una cappella. Nei momenti più duri gli infermieri sono stati costretti a turni di 48 ore, in tabanca isolate, senza letto né alimentazione se non quella che si portavano da casa. Per questo lavoro straordinario il governo non ha trovato la possibilità di dare niente di più che il normale, bassissimo stipendio. Così, verso fine agosto, il personale sanitario ha minacciato di smettere di lavorare.
A questo punto, essendo membro della Commissione straordinaria emergenza colera, ho deciso, durante una riunione, di offrire un aiuto straordinario per il mese di settembre: tutti coloro che avessero lottato contro il colera avrebbero ricevuto un sussidio diario equivalente al doppio del normale stipendio. In questo intervento ha collaborato pure l'organismo di volontariato :::::::::::::::::::.(Lvia).
Ma, dopo la proposta, mi sono chiesto come avrei fatto a pagare tutta quella gente. Pensando ai veri missionari, mi sono affidato alla Provvidenza, che ha preso il volto di molti amici e conoscenti. Mai, come in questo caso, ho sentito la loro vicinanza e preoccupazione. Gli aiuti sono giunti rapidissimi e superiori alla necessità. La lotta e la prevenzione del colera hanno ripreso con maggiore intensità e, nel mese di settembre, la crisi è pressoché finita. In seguito, solo di tanto in tanto, è stato segnalato qualche caso.
Non so come ringraziare quanti ci hanno aiutato! I cristiani devono stare uniti nella missione, soprattutto nei momenti difficili.
Anche la gente ha contribuito generosamente. Per garantire l'alimentazione dei malati e degli infermieri abbiamo rivolto una richiesta ai commercianti, che hanno risposto oltre le previsioni, con più di dieci sacchi di riso, denaro e altri generi. Abbiamo garantito una buona alimentazione, dal momento che, come abbiamo accertato, molti, dopo l’ondata della crisi peggiore, sono morti solo perché non erano alimentati a sufficienza. I nostri cristiani si sono distinti nel lavoro volontario: alcuni, durante la notte, hanno assistito i molti malati, li hanno lavati, anche se non erano parenti. I nostri catechisti, appena hanno udito di qualche caso in tabanca isolate, sono subito accorsi a disinfettare, a loro spese, a curare la sepoltura e a spiegare le norme di igiene per evitare il contagio. Dobbiamo a loro se la grave crisi non è diventata catastrofe, perché in queste tabanca isolate sarebbe stato lentissimo l'intervento sanitario.
Ora, passato il peggio, pensiamo al futuro. Per evitare che si ripeta un caso come questo ci siamo molto impegnati nell'educazione sanitaria, nell’informazione e spiegazione delle norme igieniche, anche costruendo latrine. Grazie agli aiuti ne potremo realizzare in parecchie tabanca.
La tabanca più colpita, ove è morto pure il capo villaggio, ora è impegnata nella costruzione di un dispensario e di una scuola, perché è arrivato il tempo, dicono, di cambiare e di guardare al futuro. A velocità insolita stanno costruendo gli edifici della speranza.
In tutto questo si vede chiaramente come anche dalle situazioni più drammatiche il buon Dio sa trarre germi di vita nuova: basta un po' di fede per scorgerli e per ritrovare la forza di un impegno ancora più autentico.
La catechesi, continuata durante la stagione delle piogge nelle tabanca più "irriducibili", è ormai ripresa ovunque, a Mansôa come nelle oltre venticinque tabanca. Molti, purtroppo, sono i luoghi che chiedono e ai quali dobbiamo ancora una volta dire: «Per quest'anno non c'è nessuno...». A Mansôa, il solo gruppo dei nuovi, giovani che per la prima volta vengono alla catechesi, sta raggiungendo i cinquanta. Certo, in altri posti è dura, sembra che niente si smuova, i pochi che frequentano la catechesi, su certi punti, restano dipendenti da antiche credenze e paure. Ma il Sole sempre vince la notte ma, facendo leva sui valori che la loro tradizione insegna, credo che nel corso degli anni qualcosa di nuovo e di bello nascerà, per il bene di tutti, di chi crede, e di chi è restato alla porta.
Per fare questo stiamo puntando sulla formazione di leaders: animatori di tabanca, animatori sanitari, rurali... Organizziamo settimane di sensibilizzazione, dove i rappresentanti di ogni tabanca, scelti dalla gente, si conoscono, si scambiano le esperienze, si incoraggiano a vicenda e apprendono cose nuove. Stiamo notando che la risposta è positiva e l'impegno è preso con la massima serietà. In molte comunità ora si riuniscono per la liturgia della domenica, pregano quando c'è un malato o un defunto, fanno lavori in comune per costituire un fondo con il quale aiutare i più poveri tra i poveri. È il cammino verso l'autonomia di queste comunità, ancora troppo dipendenti da noi missionari.
Si stanno ultimando, in tabanca isolate, cinque dispensari che saranno seguiti dall'infermiera dell'Alp, continuiamo ad offrire appoggio alle scuole di tabanca. la gente di Mansôa sta lottando da tempo per avere anche gli ultimi due anni del liceo, per evitare che i giovani siano costretti ad andare a Bissau, con tutti i risvolti negativi di questa emigrazione forzata.
Hanno chiesto alla missione un aiuto, perché ciò che hanno raccolto tra di loro è una piccola cosa paragonata alla grande spesa di costruire una scuola come si deve. Noi li stiamo appoggiando, innanzitutto per l'impostazione della scuola, ma dovremo intervenire a livello economico completando la somma necessaria. Stiamo iniziando e ci affidiamo alla Provvidenza, la cui mano sono gli amici europei.
Sono stato costretto a inviare una circolare "secca", senza saluti personalizzati. Purtroppo, in questo periodo gli impegni sono molti e non mi è possibile rispondere personalmente. Sono certo di contare sulla comprensione di quanti seguono e sostengono un povero missionario dalle forze limitate.
Il grande Dio, che a Natale che si è fatto piccolo Bambino, sia un segno per quanti, inutilmente, vogliono apparire grandi.

 

13 luglio 1998


15. Un affare d’oro: la guerra

Tento di annotare qualche pensiero, qualche riflessione, mentre la mia gente è oppressa dall’assurdità della guerra. Né cronaca degli avvenimenti né dati, ma solo impressioni che escono dal cuore, alle 22.30, dopo un'ennesima giornata passata a lottare perché il bene risplenda tra le tenebre.
Difatti, ciò che non avevo mai visto né mai avrei immaginato di vedere, ora è realtà quotidiana! Non posso descrivere il dramma che si sta vivendo in Guinea. Solo chi, un po' meno giovane di me, ha vissuto la tristezza della guerra, può immaginare la sofferenza di questo popolo.
Quando abbiamo appreso la notizia della sommossa militare eravamo nel sud con i catechisti, durante la passeggiata di fine anno. Non ci credevamo, pensavamo fosse una farsa pre-elettorale, o un problema risolvibile in giornata: ma quel 7 giugno continua fino ad oggi, e nessuno sa fino a quando.
Nel giro di due o tre giorni la gente ha cominciato a fuggire in massa da Bissau: ricordo i primi quattro giovani arrivati a piedi a Mansôa (60 km), stanchi e senza cibo da due giorni, a cui abbiamo dato il nostro pranzo. Poco dopo, gli sfollati sono arrivati a decine, poi a centinaia, e infine a decine di migliaia! Per strada, oppressa dal caldo, dalla fame e dalla sete, una colonna di gente senza fine. Immagini di anziani, di bambini, di malati, alcuni con ferite da operazioni recentissime... non avrei mai pensato di vedere cose del genere se non alla tv. Correndo con tutti i mezzi possibili a soccorrere i più deboli, che non potevano conquistare un posto sui pochi e carissimi mezzi di trasporto, mi domandavo: «Dov'è Dio in questa situazione?».
Ma, celebrando la messa, in una chiesa gremita tutte le sere, ho avuto la risposta: «Dio è in noi e ci rende forti per essere la sua presenza di amore nell’assurdità della guerra civile. Il segno di Dio, in questi tempi cupi, è l'amore dei cristiani, e la gente l'ha riconosciuto. Sono state tantissime le vite salvate dal soccorso di centinaia di cristiani, che, mentre vedevano le proprie case riempirsi di rifugiati (20 o 30 ogni famiglia!), passavano la giornata intera cucinando per chi era per strada, portando acqua a chi ormai aveva perso la forza di scappare, caricando donne e bambini che, come sempre, pagano il prezzo più caro della guerra. Sì, Dio è presente in Guinea, nella serenità e forza che ci dà in mezzo a mille sofferenze: una serenità che non provavo da tempo, anche se è mista al dolore di vedere un popolo già provato, perdere ogni speranza per il futuro.
Con umiltà, ma affermando la verità, devo riconoscere che la Chiesa si è mostrata all'altezza della situazione, l'evangelizzazione ha mostrato un popolo nuovo, capace di organizzarsi e rispondere a una sfida immane. I più "anziani" dicono che, 15 anni fa, un tale coinvolgimento dei laici cristiani sarebbe stato impossibile. Un musulmano mi ha detto: «Ora sappiamo cos'è la Chiesa, ora capiamo perché siete qui. In questi giorni avete tolto la maschera che il colonialismo aveva messo sul volto della Chiesa. Noi vi conoscevamo in modo molto diverso; non possiamo dimenticare quello che avete fatto, soprattutto perché non avete mai fatto preferenze per i vostri, ma avete offerto aiuto ai più deboli, fossero essi cristiani, musulmani o di qualsiasi altra religione».
Ammetto con realismo che la guerra mette a nudo le realtà più belle o più brutte dell'uomo. C'è chi cinicamente specula sulla guerra, autisti che impongono prezzi inverosimili per poche decine di km di strada, ladri impietosi, autorità latitanti, medici e infermieri che scappano incuranti di abbandonare malati gravi.
Contemporaneamente, splendidi segni mostrano che il cuore dell'uomo è fatto per amare: i rifugiati sono più di trecentomila, ma non esiste nessun campo profughi, tutti hanno trovato ospitalità nelle famiglie, anche se non sono parenti o della stessa etnia. Inoltre, non è scattato l'odio razziale, nonostante la volontà di taluni di dare a questa guerra una connotazione di conflitto etnico-religioso.
I tanti volontari, che stanno lottando ogni giorno per alleviare i dolori di questo popolo, sono il segno che l'uomo resta immagine di Dio, anche se il male lo sfigura.
Quello che mi fa star male è il pensiero del futuro di questo popolo, di questi miei amici e fratelli. Io posso, al limite, rischiare un po' la vita, ma non rischio il futuro; loro, invece, che già erano segnati da una serie infinita di povertà, non sanno a chi affidarsi. La fame sta crescendo, le piogge sono in ritardo, quindi, il raccolto sarà scarso. Comunque, la stagione delle piogge porterà malattie ed epidemie. Il lavoro non c’è, gli stipendi sono bloccati, le medicine sono ormai esaurite...
Con i miei confratelli missionari assisto impotente a questo inutile e assurdo sacrificio. Gli aiuti sono bloccati, perché il Senegal, certamente con l'accordo del governo della Guinea, ha chiuso tutte le frontiere. Le nazioni "sviluppate" stanno a guardare o, “meglio”, finanziano la guerra. Poi, quando sarà finita, invieranno gli aiuti umanitari. All'appello della Chiesa e di vari organismi per sollecitare aiuti internazionali, il presidente della Guinea ha risposto chiedendo aiuti militari. Dopo meno di 100 ore, la comunità internazionale ha accontentato il presidente, ma, dopo quaranta giorni, non riesce ancora ad aprire "un corridoio" per gli aiuti umanitari. È un ritornello: gli africani sono arretrati o selvaggi! Ma, cosa fanno i "civilizzati" bianchi?
Gli amici che mi seguono e mi sono vicini, che fanno il possibile per aiutare questo popolo sono un segno di bene in mezzo a tanto male, che purtroppo è ben camuffato e non fa rumore. Vorrei dire a tutti i cristiani del mondo di non dimenticare i fratelli nella sciagura, ma di aiutarli. Anche chi può fare poco, faccia tutto quello che gli è possibile, perché in tragedie come la guerra si ha bisogno di tutto: di aiuti economici, ma anche di tanta fede nella pace. Rivolgo un appello a tutti, ad usare creatività e tenacia perché, su questa guerra, nata dal mal contento di un popolo oppresso da tante ingiustizie interne, e sostenuta da interessi internazionali, non cali il silenzio.
Non so come fare, penso che si debbano organizzare campagne di pressione popolare perché venga ristabilita la pace in Guinea. È necessario che le truppe straniere se ne vadano. Forse bisognerebbe scrivere al governo italiano, all’Unione europea, al presidente del Senegal. Bisogna fare qualcosa perché la speranza fiorisca di nuovo in questa terra già troppo sofferente.
Io sto bene: i militari delle due fazioni mi rispettano molto, il buon Dio mi sta dando tanta serenità e forza.

 

30 settembre 1998

 

16. La guerra non uccide la speranza

Sono passati quattro mesi dall'inizio della guerra e, a due mesi dalla firma della tregua, nessuno sa se riprenderanno gli scontri o se si firmerà la pace. Nel frattempo la gente soffre. Rimando i commenti sulla situazione attuale, iniziando con la cronaca degli avvenimenti, soprattutto di quelli da me vissuti a Mansôa. Benché incompleta, ritengo che possa informare sugli aspetti essenziali di quanto stiamo vivendo.

Prima fase: scoppio del conflitto e fuga generale da Bissau (7-21 giugno 1998)
A causa di gravi problemi, che da tempo affliggono l'esercito e gli ex combattenti , in particolare, per la scoperta di un traffico di armi a favore della guerriglia del Senegal meridionale, il capo dell'esercito Unsumani Manè, recentemente destituito dal presidente Nino Vieira, la domenica 7 giugno, si solleva con un gruppo di rivoltosi e, con rapidità prende il controllo della base aerea e di un'altra importante caserma. Sembra che la cosa possa risolversi in fretta ma, il giorno dopo, gli scontri diventano pesanti e, non riuscendo a venirne a capo, il presidente chiede aiuto ai paesi vicini: Senegal e Guinea Conakry, che inviano truppe e molte armi pesanti. Lo scontro è duro, le perdite sono notevoli, pare che i senegalesi, dall’inizio della guerra alla firma della tregua, abbiano perso 1.500-2.000 uomini. Nel frattempo moltissima gente, soprattutto ex combattenti, che da anni avevano lasciato l'esercito, si arruolano volontari nella giunta militare. Da problema interno all'esercito, il conflitto si trasforma in guerra civile. Bisogna riconoscere che gran parte della popolazione parteggia sempre più per la giunta, perché alza voce denunciando le tante ingiustizie, la corruzione, il sottosviluppo, la fame, le inadempienze, di cui da tempo la gente accusa il governo di Nino. Nessun guineense perdonerà mai a Nino la colpa di avere chiamato in Guinea truppe straniere.
A causa del bombardamento della città e ai morti tra la popolazione inerme, la gente fugge. Trascorriamo il lunedì attaccati alla radio, ascoltando le notizie di Bissau. Da martedì iniziano i 15 giorni più intensi e unici della mia vita. Prima arrivano alcune decine di giovani, che a piedi hanno percorso i 60 km che separano Bissau da Mansôa ma, già nel pomeriggio, giungono a centinaia.
Organizziamo un piccolo centro per assistere chi è troppo stanco o ha bisogno di medicine, prepariamo il cibo per chi non ha nessuno, durante la notte quasi tutti trovano un tetto o una veranda , i pochi che non trovano ospitalità dormono nelle aule di catechesi.
Il mercoledì l'esodo assume dimensioni pazzesche: sono decine di migliaia, sulla strada per Bissau si passa a fatica. Le donne e i bambini sono sfiniti dal caldo, dalla fame e dalla sete. Qualche donna partorisce per strada, purtroppo c'è chi muore nell'impotenza generale. Quando gli ospedali di Bissau vengono colpiti dalle bombe, chi può scappa. È terribile vedere arrivare gente stravolta, con ferite postoperatorie aperte, i punti strappati, i ferri di trazione nelle gambe, con piaghe dolorosissime; i poveri malati di tubercolosi già sfiniti dalla malattia e costretti a percorrere km a piedi. Solo Dio sa dove hanno trovato la forza!
Da soli non ce la facciamo ad assisterli. Lancio un appello a Bissau; le radio parlano solo della guerra, nessuno sa del dramma che si consuma anche fuori. La radio internazionale portoghese è pronta a lanciare l'appello, mi intervistano più volte, così anche la BBC. Tutti ci promettono che faranno il possibile per mandare aiuti. Lancio un appello, tramite le radio che collegano le varie missioni. I responsabili non promettono solo di mandare aiuti ma, nel giro di mezza giornata, vengono tutti di persona, con mezzi e generi alimentari, di cui una parte donati dalle loro comunità.
Ogni giorno, dalla mattina presto alla sera tardi, è un'unica corsa per lenire le sofferenze di chi fugge. Ci dividiamo in gruppi: autisti e aiutanti per trasportare chi, per strada, non ce la fa più. In quattro località organizziamo posti di soccorso con un'infermiera e aiutanti per i casi gravi, soprattutto per i bambini disidratati. Le suore, accorse da ogni parte della Guinea, dimostrano una forza che solo l'amore e la Provvidenza possono dare. Alla missione si cucina dalla mattina alla sera, prima il latte e poi il riso (300 kg al giorno!) per poi distribuirli per strada, insieme all'acqua, grazie alle cisterne avute in prestito da un’impresa italiana di costruzione di strade. Nel capitolo precedente ho descritto il comportamento dei cristiani della zona: continuano con lo stesso slancio e lo stesso stile volontario.
I pericoli non mancano, soprattutto quando i nostri autisti sono obbligati a trasportare militari nelle zone di combattimento. Decido di andare a parlare al comandante della caserma più vicina, occupata dalla giunta, e, con fermezza, reclamo: «Stiamo salvando la vostra gente, lasciateci lavorare in pace, la guerra fatela voi coi vostri mezzi!». Il comandante mi chiede scusa e afferma di non essere al corrente di tali abusi. Da allora, entrambe le parti ci rispettano.

Seconda Fase: assistenza ai rifugiati (21 giugno- settembre)
In questa cronistoria non posso attardarmi sui numerosi particolari e, tantomeno, nel descrivere le fasi della guerra nella città di Bissau: scrivo solo ciò che ho vissuto. Fino al 21 giugno c'era la certezza che il conflitto sarebbe finito presto e, soprattutto, che non sarebbe dilagato fuori da Bissau. Noi sentivano le cannonate solo dalle 5.30 alle 19.00, e le testimonianze di chi scappava.
Insieme alle poche organizzazioni rimaste sul posto abbiamo cercato di aiutare le famiglie che avevano accolto i rifugiati di Bissau, 20-30 per casa! Purtroppo, nessun tipo di aiuti umanitari ha potuto entrare in Guinea nel primo mese e, così gli aiuti sono stati distribuiti col contagocce. Solo la solidarietà e l’ospitalità della gente hanno permesso, fino ad ora, di non morire di fame.
Per ovviare alla mancanza degli aiuti esteri, tentiamo la pericolosa via di Bissau. Con il responsabile di una Organizzazione non governativa (ONG), un operatore della Croce rossa nazionale e un prete guineense andiamo fino alla base aerea, per parlare con uno dei capi della giunta, chiedendogli di aprire i magazzini di Bissau e autorizzare la distribuzione del riso. La giunta accetta ma, purtroppo, altri fattori rendono impossibile l’operazione. In quella circostanza, per la prima volta nella mia vita, sento le cannonate da vicino. Non è carino! Non immaginavo che fosse solo “l'antipasto”.
L’attività sanitaria, in questa fase, è la più grave, perché l'ospedale di Mansôa, già di per sé piccolo, non può fare fronte al numero triplicato di abitanti. Le medicine della nostra farmacia sono la salvezza, mentre lentamente, dopo alcune settimane, cominciano ad arrivare quelle dei vari organismi internazionali.
Padre Paolo decide di andare al Centro di spiritualità, a pochi km da Bissau, per assistere i circa 2.000 rifugiati, che non hanno potuto andare oltre. Ci resta per tre mesi, tra bombe e assistenza ai malati, con mezzi ancora inferiori ai nostri.
Padre Maurizio viene nominato dal ministro della Salute coordinatore per gli aiuti umanitari della nostra regione, io coordino quelli per la provincia di Mansôa. Si tratta di organizzare il trasporto, il controllo e la distribuzione degli aiuti alimentari e sanitari, delle sementi agricole alla popolazione, inviati dal Programma alimentare mondiale, dalla Caritas e da altri organismi. Il rischio di furti e ingiustizie è alto, per questo mettiamo tutte le nostre forze e i migliori elementi della comunità in questo servizio. Il risultato è buono, anche gli aiuti che arrivano sono troppo pochi in rapporto alla gravità della situazione.

Terza fase: attacchi e bombardamenti nella zona di Mansôa (25 giugno - 25 luglio)
Contrariamente alle attese, la guerra dilaga fuori Bissau, perché ciascuna parte vuole assicurarsi le caserme dell'interno e i punti chiave di comunicazione. Molte caserme passano volontariamente dalla parte della giunta. Mansôa è un punto chiave e la caserma resta dalla parte del governo.
Durante una riunione per organizzare gli aiuti, il presidente della provincia mi annuncia che le truppe della giunta sono alle porte di Mansôa. Mi invita ad andare a trattare per evitare un attacco alla città. Incontro separatamente le due parti, ma l’accordo sembra un'ipotesi lontana, al punto che i militari della giunta levano la seduta e se ne vanno per un'operazione più urgente.
Nel frattempo alla caserma di Mansôa arrivano rinforzi. La giunta si avvicina e mette la propria base nella "mia" tabanca di Rossum. Alle ore 6 del 29 giugno ci svegliano le cannonate, seguite dal crepitare dei mitra e di altre armi leggere, segno che la giunta avanza. Ma verso mezzogiorno tutto torna a tacere. Io sono preoccupatissimo per la sorte della mia gente di Rossum, ma non è possibile andare da nessuna parte.
La mattina dopo, alle 5.30, scoppia il finimondo: ora le cannonate partono dalla caserma, situata a 200 metri dalla missione. Colpi di cannone, di mitra, di bazooka sembrano entrare in casa. La missione si riempie di gente, che fugge dalle capanne vicine. Verso le 9 tutto si calma e veniamo a sapere che i colpi erano diretti verso la tabanca di Kussana, a 1 km da Mansôa. Accorro sul posto per assistere gli eventuali feriti: sulla strada incontro la triste sorpresa di due donne e un bambino uccisi dalle schegge mentre fuggivano. Recuperiamo due feriti, mentre la popolazione si agita e comincia a fuggire. Riesco a ottenere il permesso di raggiungere Rossum, per vedere se il giorno precedente ci fossero stati feriti: fortunatamente la giunta aveva preavvisato la gente, che, la notte prima era fuggita. Mi imbatto nelle numerose truppe della giunta. Qualcuno ci chiede di avvisare i parenti affinché lasciano Mansôa, pare che l'attacco decisivo sia vicino.
Andiamo all'ospedale, dove ormai non ci sono più né medici né infermieri. Scappano perfino gli malati, rimasti senza assistenza. Da allora, con l'aiuto di Annamaria, infermiera dell'Alp, e di altri due infermieri rimasti allestiamo un ospedale alla missione. Il medico va e viene: ha famiglia e ha paura, giustamente.
A questo punto, la gente, complici le false informazioni su un attacconotturno, fugge in massa: è terribile vedere ripetersi l'esodo di qualche settimana prima: la maggioranza è gente che a Mansôa aveva cercato e trovato rifugio! Il catechistato, a 7 km da Mansôa, si riempie di oltre mille rifugiati. Le suore si trasferiscono là, mentre noi tre restiamo: non possiamo abbandonare Mansôa, dove una parte della popolazione è rimasta, senza un medico, senza un infermiere né mezzi di trasporto. La vicinanza della caserma non è un bel presagio. È necessario restare.
Quella notte, come nei giorni seguenti, non succede nulla, ma per tutti è chiaro che lo scontro frontale ci sarà e ogni notte è buona. Assistiamo la gente che si è rifugiata al Catechistato, ma dopo una settimana siamo costretti a sospendere gli aiuti, perché le scorte sono finite e pure la gente vuole ritornare.
Mansôa si ripopola lentamente, ma gli infermieri non tornano: la missione è piena di malati. Annamaria e le suore, con alcuni volontari, fanno orari durissimi. Sono messi alla prova e, nonostante tutti gli sforzi, sovente muore qualche bambino. Ogni mattina visitano oltre 200 pazienti e curano parecchie persone da ferite e piaghe.
Verso la metà di luglio si verificano nuovi scontri e, questa volta, anche sulla strada tra Bissorá e Mansôa. Tra le truppe governative i morti sono numerosi. La giunta accerchia Mansôa ed è sempre più difficile circolare. Una notte mi chiamano dal Catechistato, perché vi hanno portato una ragazza che deve partorire ed è gravissima. Ma c’è un problema: sulla stessa strada si sono or ora incamminati parecchi militari, armati di tutto punto, per respingere quelli della giunta. Prendo l’ambulanza e, con l'ostetrica, vado in caserma: il comandante ci rassicura che a noi non faranno nulla... a meno che gli altri non comincino a sparare. Partiamo lo stesso, perché non me la sento di lasciare soli quella poveretta e i rifugiati del Catechistato. È uno dei momenti in cui provo maggiore paura perché, viaggiare nel buio, sapendo che per strada ci sono militari in allerta, appostati, mi rende "nervoso". Ma è anche la notte più triste: a mezzanotte torno dal Catechistato con la partoriente in agonia e, alla missione, la gente piange un altro bambino morto. La ragazza muore all’alba. La guerra davvero fa male!
Pochi giorni dopo, il 23 luglio, alle sette del mattino, le cannonate si fanno sentire di nuovo dalle tabanca di Rossum e Jugudul. Siccome, ogni tanto, succede il finimondo e poi tutto si calma, decido di andare a celebrare messa. Per fortuna ci sono solo le suore e un uomo. Durante le letture i colpi si fanno vicini e, verso la comunione, qualche bomba cade proprio accanto alla chiesa. Finiamo in fretta e ci rintaniamo sull'altare, in questa chiesa già pericolante. Dalle finestre vediamo alcuni militari correre e, poi, ancora colpi. Sono preoccupato, perché sono lontano dalla missione, dai malati: «Cosa sta succedendo là?». Finalmente, alle 9.30, in un momento di calma, riusciamo a correre fino alla missione. Arriviamo appena in tempo, perché le esplosioni e i colpi di mitra riprendono. Arrivare i primi feriti e la notizia di un morto tra la popolazione. Lo scontro è duro, i tanti bambini rifugiati alla missione si nascondono sotto i letti dei malati, la gente recita il rosario, mentre non sappiamo nulla di cosa stia succedendo agli altri, ai nostri amici, agli anziani, a chi era già in strada per andare a lavorare i campi. Verso le 13.00 tutto tace e, dopo un po', si capisce che, per il momento tutto sembra finito. La giunta non ha preso Mansôa, attende rinforzi. Faccio un rapido giro per Mansôa: un silenzio glaciale, nessuno è rimasto, tutti scappati sotto le bombe! In seguito mi racconteranno del terrore di fuggire tra una raffica e l'altra. Sono testimoniare che le truppe della giunta fanno di tutto per evitare una strage e, prima di attaccare un nuovo quartiere, fanno fuggire la gente. È un vero miracolo se in una battaglia così dura, combattuta in mezzo a migliaia di civili, ci siano stati solo due morti tra la popolazione.
I pochi rimasti scappano, noi portiamo i malati a Bissorá, gli altri al Catechistato. Ci guardiamo in faccia convinti che la notte sarà quella decisiva: Mansôa è circondata da centinaia di soldati, la caserma da conquistare è quasi dentro casa... Decidiamo di rimanere perché, in caso di vittoria di una delle due parti, non mancheranno i feriti o gli abusi. La presenza di qualcuno è necessaria.
La mattina seguente, alle 6.30, sono di nuovo le bombe, nelle zone di Rossum e Jugudul, a dare la sveglia. Sappiamo che a Mansôa si nascondono parecchi militari della giunta, in attesa dell'arrivo dei carri armati per sferrare l'attacco decisivo. Bastano poche ore e, si capisce che la giunta ha superato l'ultimo baluardo dei governativi a Jugudul. Sono le undici e tutto tace: un silenzio che sa di morte, della morte di tanti padri di famiglia sicuramente morti nell'inutile tentativo di combattere una battaglia già persa, data la sproporzione delle forze.
Alle 15.00 arrivano due militari governativi, ci consegnano due macchine, dicendo: «Le abbiamo sequestrate ai civili, tenetele voi, perché se restano in caserma verranno distrutte insieme a noi». Sui loro volti si legge la tristezza e la paura di chi sente arrivata la fine. Io e padre Maurizio decidiamo di andare in caserma a parlare col comandante, per evitare un'inutile strage. Entriamo. Sembra la sala d'attesa dei condannati a morte; sono una quarantina, chiusi in trappola, e sanno che cosa li aspetta. I loro compagni sono morti o fuggiti in foresta. Ci presentiamo al comandante dichiarando la nostra disponibilità a fare da intermediari: «Se vi arrendete garantiamo per le vostre vite». Il comandante è irremovibile, risponde che non può arrendersi. È triste lasciarli perché, in questi mesi, ci siamo conosciuti e aiutati a vicenda e conosciamo molti loro familiari.
Il silenzio è totale, a Mansôa non c’è più nessuno. Restano i pochi si sono costruiti un nascondiglio ai tempi della guerra d'indipendenza. Il vescovo ci telefona per sapere come stiamo e per farci coraggio: sono le parole di un testimone vivo, perché lui tra le bombe ha deciso di starci fin dall'inizio, nel tentativo di trovare una soluzione di pace. Noi ci chiudiamo in casa, in attesa della notte decisiva.
Invece, alle 17.00, uno scoppio fortissimo e vicinissimo conferma che l'ora decisiva è arrivata. Dopo altri interminabili minuti, un nuovo sibilo e un’esplosione ancora più vicina. Le schegge raggiungono il tetto della nostra casa. Ci siamo raccolti nella camera di padre Maurizio, un po' meno esposta. La terza cannonata cade proprio sulla caserma, poi seguono le raffiche delle armi leggere e dei bazooka. Tiriamo un sospiro di sollievo, perché il pericolo di una cannonata che possa sbagliare il bersaglio è scongiurato. Si combatte corpo a corpo. L’esito è scontato. Alle 17.45 è di nuovo silenzio, usciamo lentamente e vediamo i carri armati entrare nella caserma: è davvero finita!
Chiamiamo subito il Catechistato, dove la maggioranza della gente di Mansôa si è rifugiata: «Qui è tutto finito, domani potete tornare alle vostre case!». Dalla radio viene un grande urlo di gioia. Usciamo per strada con i pochi rimasti in città, ed è festa. Purtroppo, all’improvviso, davanti ai nostri occhi increduli un carro armato si dirige verso la casa del presidente della provincia e punta il cannone. Grido, perché in quella casa si è rifugiata parecchia gente. Partono due cannonate. Per noi è il momento di maggior paura, perché, in diretta, vediamo crollare parte della casa. Ci avviciniamo e convinciamo i militari a fermarsi. Andiamo a parlare con il presidente. I militari affermano di essere stati informati che in quella casa sono nascosti i governativi. Chiamo il presidente che, dopo alcuni minuti esce dal nascondiglio sotterraneo, insieme al segretario. Non c'è nessun altro, ma è certo che senza la nostra presenza sarebbero morti sotto le cannonate. Infine veniamo a sapere che prima dell'ultimo attacco, i governativi sono fuggiti: l'assalto, grazie a Dio, è avvenuto a una caserma vuota.
Trascorro i giorni successivi nel mettermi in contatto con le tabanca vicine, chiedendo dove sono nascosti i governativi. La giunta ci ha assicurato che non farà loro del male. Molti si consegnano e ricevono dai "nemici" alimenti per le loro famiglie e la possibilità di scegliere se passare alla giunta o tornarsene a casa. Il gesto fa onore al popolo della Guinea e alla giunta.

Quarta fase: la situazione attuale e le prospettive
Nonostante il coprifuoco, la vita a Mansôa è tranquilla e le piogge abbondanti fanno sperare in un buon raccolto. La gente sta lavorando tantissimo, molte terre incolte, ora sono campi di riso, di fagioli, di miglio... Ma, purtroppo, le trattative vanno a rilento, Bissau è semiparalizzata, le attività produttive non hanno futuro, perché manca tutto. La nostra falegnameria, ad esempio, è ferma perché mancano chiodi, colla, carta vetrata... e chiunque altro si trova nella nostra situazione. Le scuole non possono riaprire le porte, medici e infermieri lavorano duramente da quattro mesi, senza stipendio; i dipendenti statali, indistintamente, gli impiegati, i commercianti grandi e piccoli sono fermi: è la fame e la mancanza di prospettive!
Noi riprendiamo le attività pastorali, con la coscienza di avere comunità cristiane mature e generose. Ci assilla una domanda: «Come essere Chiesa, segno di salvezza, in questa situazione?». Non ci perdiamo d'animo: il Signore ci ha sorretti finora, ci darà fantasia, creatività, saggezza e aiuti per essere un segno di speranza per questa gente.
Abbiamo potuto assistere e aiutare perché abbiamo ricevuto. Mi piacerebbe ringraziare con lettere personali, ma sono certo della comprensione di tutti. Conto, soprattutto, sulla preghiera e ritengo importanti l’informazione e la sensibilizzazione, oltre alle offerte. La fatica non ci ha fermati e sappiamo di camminare a nome di tutta la Chiesa e di tutte le comunità. Il nostro è un cammino percorso nell’unione a quanti ci sostengono con la loro solidarietà e missionarietà.
Con questa convinzione, riprendiamo a sostenere le farmacie delle tabanca, le attività agricole e, appena possibile, riapriremo le scuole, amplieremo il Catechistato e costruiremo il liceo di Mansôa, perché la Vita va avanti, perché la gente della Guinea merita tutto il nostro amore.

 

Gennaio 1999

17. Un vescovo per la pace

Auguro la gli amici e alle loro famiglie la gioia di Pasqua. Non posso farne a meno. Il cuore mi si riempie di gratitudine verso chi con solidarietà e amicizia accompagna le nostre vicende. Ho ricevuto molti segni di solidarietà: lettere, saluti, offerte, i risultati di iniziative concrete. Tra i tanti segni spiccano le tracce di una mentalità nuova: la rinuncia a regali, feste, viaggi..., irrinunciabili per tradizione, per aiutare chi è allo stremo e invoca speranza. Aiutando noi i nostri amici sanno di aiutare se stessi e la società in cui vivono, che pure ha bisogno di speranza e di cambiamento.
Questa Pasqua ha avuto, per me, un significato particolare: la presenza di mio padre e di un amico. In tutti noi ha rafforzato la speranza di fatti nuovi e tanto attesi: il ritiro delle truppe straniere. Se ne sono andate, scaricando il peso degli ammazzati e dei mutilati sulla coscienza di chi, per piani di potere, li ha mandati a combattere una guerra che poteva essere risolta in pochi giorni dalla gente della Guinea. Anche le truppe francesi sono partite, dopo un polverone di polemiche e di minacce. Non hanno risparmiato neppure alcuni missionari che hanno osato denunciare certi comportamenti. Purtroppo non esistono prove decisive, perché così accade nella difesa dei diritti dei poveri contro i ricchi.
Ora si è insediato un governo di transizione, che dovrebbe preparare le elezioni di novembre. Con grande coraggio il parlamento ha concluso l'inchiesta sul traffico di armi, che fu all'origine del conflitto: molti stretti collaboratori del presidente Nino sono pesantemente accusati. Quanto al ruolo del presidente in questa storia ciascuno può tirare le sue legittime conclusioni. Ora c'è un susseguirsi di accuse reciproche tra antichi "amici" e capi del regime, che potrebbe rivelarsi proficuo per chiarire altre circostanze oscure che hanno preceduto la guerra.
La vita della gente prosegue tra poche speranze e molte incertezze. A Bissau le scuole tentano di riaprire, per terminare almeno l'anno scolastico, interrotto dallo scoppio della guerra. Anche i ministeri, gli uffici, le attività produttive cercano di riprendere, ma le difficoltà sono enormi: le distruzioni, i furti, la crisi economica... molti fattori impediscono la tanto desiderata ripresa. A livello internazionale qualcosa si sta muovendo, ma la guerra ha lasciato ferite profonde e, forse, il mondo occidentale ora si preoccupa di altre situazioni.
Un'altra disgrazia ha colpito questo popolo: un'epidemia di meningite ha avuto il suo epicentro proprio nella regione di Mansôa. I morti, soprattutto tra i bambini, raggiungono le diverse centinaia; gli ospedali sono ultra “ingolfati”. Stiamo sostenendo l'organizzazione per la distribuzione dei medicinali, le campagne di vaccinazioni e, per l'ospedale di Mansôa, continuiamo ad assicurare l'alimentazione dei malati, normalmente affidata alle famiglie. L’epidemia di meningite è stata un altro duro colpo per questo popolo già martoriato. La situazione sta lentamente migliorando.
Il 28 gennaio 1999, appena rientrato dall'Italia, dove era stato per cure, è morto il primo vescovo della Guinea, monsignore Settimio Ferrazzetta, da tutti riconosciuto come un "eroe", un padre della nazione. Quest'uomo, è morto a causa della guerra, a causa delle fatiche sopportate per incontrare le varie parti, attraversando fiumi e paludi. Ora, anche chi, a suo tempo, avrebbe dovuto fare tacere le armi, lo elogia. Invece di trascorrere la convalescenza in clinica, è tornato in Guinea per testimoniare che per la pace vale la pena sacrificare la vita. L'onore che il popolo gli ha tributato è il ringraziamento per ciò che ha fatto. Purtroppo, mentre tutti piangevano, letteralmente, la sua morte e si preparavano i funerali, il 31 gennaio la guerra è riesplosa, con una violenza impensata. I morti civili e militari, le distruzioni, la paura della gente sono stati maggiori in questi ultimi 4 giorni che non nei precedenti mesi di guerra. E, ciò che è peggio, la gente, in questi giorni, ha visto comandanti bianchi dirigere le operazioni delle forze governative, nonostante le diplomazie neghino. Dopo questi fatti, le tante denunce e il nulla di fatto militare, le armi hanno taciuto e gli stranieri se ne sono andati. A ciascuno tirare le conclusioni più logiche.
Il corpo del vescovo, martoriato durante gli ultimi mesi della sua vita, ha dovuto attendere due mesi prima di essere sepolto. È rimasto in Cattedrale come segno provocante davanti agli operatori di morte. Ora, la Chiesa della Guinea attende il nuovo vescovo. Che lo Spirito illumini la scelta.
La vita della nostra comunità continua con il ritmo di sempre, con il desiderio di essere segno di vita e di rinnovamento. La quaresima scorsa è stata vissuta intensamente, con un aumento considerevole di partecipazione, anche nei momenti più impegnativi. La notte di Pasqua un buon gruppo di giovani e qualche adulto hanno ricevuto il battesimo, la comunione e la cresima, qualcuno anche il matrimonio, coronamento di tanti anni di preparazione e di catecumenato. Ogni volta questo avvenimento è un richiamo per tutta la comunità a vivere il proprio battesimo.
Nelle tabanca l'attività di evangelizzazione e promozione umana prosegue, con risultati “misti”, tra delusioni, lentezze e segni positivi. A volte c'è da scoraggiarsi: persone accompagnate da tempo, improvvisamente, compiono scelte di vita contrarie, negando il cammino percorso. Forse entrano fattori di lentezza nel cambiamento, forse c’è poco tempo per seguirli. Ma ci sono due fattori a dirmi di andare avanti: il più importante è la fede che la Parola seminata e l'azione dello Spirito sono più forti delle lentezze umane; il secondo è che, guardando la mia vita personale constato che anch'io faccio lo stesso, che non sono quello che dovrei essere, eppure, lui non lascia cadere le braccia, se le è lasciate inchiodare per sempre sulla Croce, che ci ha salvati.
E poi, quest'anno, ci sono segni positivi sul fronte dello sviluppo. Il progetto di appoggio alle attività di orticoltura ha avuto un successo notevole, raggiungendo tabanca che mai avevano svolto simili attività, migliorando l'economia familiare e, soprattutto, l'alimentazione. Legata a questa azione agricola, una piccola cooperativa di donne trasforma i prodotti in eccedenza, soprattutto, i pomodori. Alcuni, a livello personale, stanno facendo scelte coraggiose, adottando una maniera nuova di vivere, che, naturalmente, contrasta con la mentalità tradizionale, soprattutto con quelle strutture segnate dal peccato: poligamia, matrimonio forzato delle ragazze, paura degli spiriti... Ogni storia meriterebbe di essere scritta e raccontata, per ora le conservo nel cuore.
Stiamo rilanciando il progetto di costruzione del liceo, sospeso a causa della guerra. Aspettiamo la risposta definitiva del governo per iniziare i lavori, ma prima di dimenticarmene, ringrazio coloro che ci permettono di coronare un sogno.
Purtroppo, in settembre, padre Paolo ci lascerà, perché gli è stato chiesto di assumere la missione la direzione della missione di Catió, nel sud della Guinea. Per me è stato un fratello maggiore importante che mi ha introdotto e sostenuto nei primi e decisivi anni di missione. Io e padre Maurizio continuiamo ma, tra un anno, si unirà a noi, soprattutto per il catechistato, padre Luis Miranda, che ha lavorato 8 anni a Catiò poi. Sarà un dono grande per tutti noi. L'infermiera dell'Alp, Annamaria, ha rinnovato il contratto per continuare l'importante lavoro nel campo della salute. Le suore sono in gran parte cambiate e internazionalizzate: ora ci sono suor Maria (Italia), suor.Bete (Brasile) e suor Rosi (India).
Le tante vicende, sepolte nel cuore, verranno fuori quando, durante le vacanze 2000, avrò l’opportunità di parlarne con amici, gruppi, parrocchie.

 

10 novembre 1999, Mansôa


18. Le elezioni e la radio

Fra tre settimane, la Guinea affronterà un appuntamento cruciale: le prime elezioni del dopo-guerra. C’è grande attesa e molta preoccupazione perché, dall’esito, dipende il futuro del paese. I finanziamenti esteri, gli investimenti e ogni altra attività sono bloccati fino al dopo elezioni. Non ci sono stati episodi di violenza e i militari, che hanno guidato il cambiamento, ufficialmente, non hanno mai preteso il potere. Ma troppi segnali fanno sorgere domande: «Cosa si agita tra le alte sfere dell'esercito e del partito, che è da sempre al potere, e che ora rischia di perdere? Esiste una reale volontà di giustizia e di democrazia? Si faranno davvero le elezioni, fissate per il 28 novembre 1999?».
Dal 7 maggio, caduta del dittatore Nino e fine della guerra, ad oggi è stato compiuto un lento cammino per ristabilire la pace e superare le lacerazioni lasciate dal conflitto. Anche la Chiesa ha posto come priorità la testimonianza di una cultura di pace, di riconciliazione e di perdono. Numerose sono le iniziative in corso, legate anche alle celebrazioni dell'anno santo, un anno di perdono particolare.
Intanto, è appena terminato il periodo delle piogge. Inizialmente, la gente era felicissima per la loro abbondanza e regolarità poi, in settembre e ottobre, queste hanno superato ogni limite, impedendo, in moltissimi luoghi, di trapiantare il riso e danneggiando gravemente molte coltivazioni. Purtroppo, per molti sarà ancora un anno di fame.
Per questo il nostro impegno nel campo dello sviluppo continua e si allarga. Il progetto di sostegno allo sviluppo ortofrutticolo, quest'anno, raggiunge oltre 2.000 coltivatori, soprattutto donne, permettendo di migliorare l'alimentazione e l'economia. Per le donne è un segno importante perché si sentono valorizzate, diventando protagoniste. Continuiamo ad appoggiare le scuole elementari dei villaggi. Quest'anno, i primi iscritti alla scuola, da me costruita nel 1995 a Kambedju, hanno terminato il ciclo elementare e andranno alle medie. È una soddisfazione per me, per coloro che ci hanno aiutato e, soprattutto, per loro, che non si sentono più dimenticati dal mondo. Certo, i problemi della scuola sono molti: altissima è la percentuale dei bocciati e di chi abbandona; le famiglie, quando sopravviene una necessità urgente, sacrificano la scuola dei figli, in particolare delle bambine, mandandoli a lavorare; oppure, per un anno, non l’uno o l’altro figlio non viene iscritto perché non hanno soldi. Tutti segni dell’urgenza con cui occorre continuare un grande lavoro di sensibilizzazione, affinché gli adulti capiscano che senza scuola non c’è futuro e che un'emergenza economica non si risolve, compromettendo il futuro di un bambino.
In campo sanitario, un intervento, che con la guerra si è rivelato urgentissimo, è quello del recupero dei bambini denutriti. Il conflitto ha scoperto una piaga esistente ma nascosta, la malnutrizione. Per combatterla, le suore e l'infermiera Annamaria stanno sviluppando l'assistenza nel settore nutrizionale, in collaborazione con l'ospedale e i centri sanitari dei villaggi. Per i casi più gravi hanno organizzato un controllo diurno. In febbraio, aspettiamo un gruppo, legato a padre Maurizio, per costruire e mettere in funzione un centro di recupero nutrizionale.
La guerra ha pure evidenziato il valore determinante dei mezzi di comunicazione, soprattutto della radio. C’è una "fame" di radio, di notizie, di dibattiti… Camminando per strada si può seguire un programma radio per intero perché, quasi in ogni casa, la radio trasmette ad alto volume. Per questo, con l'aiuto di amici, sempre pronti a dare una mano, sto avviando una radio parrocchiale. In tutta la Guinea, ad ora, non esiste una radio cattolica e le emittenti del paese sono tre, in tutto. Ho presentato il progetto ai responsabili della diocesi, che si sono mostrati interessatissimi e hanno approvato l’inizio "in loco", in vista di una futura radio, che raggiunga tutta la diocesi. I programmi saranno religiosi: celebrazione della preghiera domenicale per le tabanca, in lingua creola, balante e mansonka; catechesi, prima presentazione della fede cristiana ai tanti non cattolici, che ascolteranno la radio, informazione e animazione allo sviluppo: educazione sanitaria, prevenzione delle malattie, sensibilizzazione sulla scuola, formazione agricola...; formazione ai diritti dei cittadini per combattere gli abusi commessi, complice l'ignoranza della gente. La musica certamente non mancherà. C’è già un operatore locale dotato di grande talento. Spero di avviare il tutto all'inizio del nuovo millennio. Sarà un modo per raggiungere, evangelizzare, sensibilizzare vaste aree, per noi impossibili da contattare in altro modo.
La costruzione del liceo di Mansôa, iniziata a fine luglio, grazie agli aiuti ricevuti dall’Italia, sarà ultimata nelle prossime settimane. C’è molta speranza tra la gente e la comunità cristiana è determinata nella gestione della scuola. Tutti sanno, infatti, che non serve costruire un edificio se poi viene abbandonato a chi non ha a cuore un'autentica educazione dei giovani.
In tutte queste iniziative c’è un rinnovato sforzo di rendere cosciente la popolazione della propria dignità e della propria responsabilità nell’edificare una società più giusta. In questo, l'evangelizzazione diventa fondamentale: apre a queste persone la visione di una vita più vera, inculca un senso di dignità, che viene dall'essere familiari, anzi figli di Dio; certifica la speranza invincibile che il male è stato sconfitto dalla croce di Cristo, e che non esistono battaglie perse per chi difende la verità e il bene.
Con questa attenzione particolare abbiamo riaperto l'anno catechetico a Mansôa e in 25 villaggi. Il numero, soprattutto dei giovani, aumenta sempre: lo scorso anno abbiamo avuto oltre 600 iscritti solo a Mansôa, molti dei quali al primo o secondo anno di incontro con la fede.
Il centro di formazione dei catechisti, iniziato tre anni fa, sta per concludere il primo ciclo. Le prime famiglie, in gennaio, torneranno ai loro villaggi, come missionari tra loro gente. È stata un'esperienza impegnativa ma molto buona, che ora deve essere ampliata, dopo il rodaggio del primo gruppo.
Oltre all'attenzione speciale per queste famiglie, la nostra attività è sempre più concentrata sulla formazione: catechisti, animatori di villaggio, animatori dei vari settori del sociale. È un'esigenza sollevata dalla gente stessa, che richiede sempre più formazione religiosa e umana, così da diventare, in futuro e in molti casi già da ora, i protagonisti della missione.
Ora, il telefono e le poste funzionano e mi permettendo contatti più veloci con l’estero, anche se ho poco tempo e gli amici, grazie a Dio, sono molti. Ma l’affetto, davvero, è particolare per ciascuno.
Tornerò in Italia, verso la metà di maggio, per un periodo di ferie e un mese di preghiera e di silenzio, dopo 12 anni di sacerdozio, tra cui un anno di guerra. Nell’anno santo ci vuole proprio una pausa così.

 

Mansôa il 4 dicembre 2000


19. Lo spettro delle divisioni etniche

Sono trascorsi due mesi dal mio ritorno in Guinea e, in prossimità del Natale, mi accingo a scrivere per continuare il dialogo intenso, seppur breve, intrapreso durante le vacanze. La comunione e la solidarietà, sperimentate nei mesi scorsi, sono state un dono grande e sono tuttora una reale spinta per affrontare le non poche difficoltà. Ho sentito vicino tutti, in particolare due settimane fa, quando di nuovo è riapparso lo spettro della guerra. La tensione era nell'aria, dovuta a contrasti gravi tra governo e il capo della rivolta militare del 1998, il generale Unsumani Manè. Quando questi si è autoproclamato capo dell'esercito e ha degradato parecchi militari neo promossi, tutti hanno temuto il peggio. Non si sono sbagliati. Per un soffio è stata sfiorata la tragedia di una nuova, lunga guerra.
Il 23 novembre, all'imbrunire, mentre torno tranquillamente da un villaggio, all'entrata di Mansôa, mi si è presentata la tristissima e nota immagine della popolazione che, caricate le poche cose, fugge... La gente mi grida di non andare verso la missione, perché i soldati sparano. Mi faccio coraggio e vado avanti per vedere cosa sta succedendo, se ci sono feriti da soccorrere. Fortunatamente, nel frattempo, gli scontri si calmano, ma, una volta entrato in casa, riprendono più volte. Gli scontri hanno avuto inizio a Mansôa, poi si sono propagati in altre cittadine, per raggiungere Bissau durante la notte e il mattino seguente. Fortunatamente le forze fedeli al governo sono riuscite a riprendere in mano la situazione con rapidità, a impedire l'uso delle armi pesanti e ad arrestare gli autori del presunto colpo di stato. Infine, dopo giorni di inseguimento, in uno scontro a fuoco, è morto Unsumani Manè: ieri, inneggiato come liberatore, oggi, braccato come un traditore. È la solita storia che si ripete, qui e in ogni parte del mondo.
In questa storia deprimente, vista la soluzione armata, c'è il fattore positivo della coesione della maggioranza dell'esercito per difendere la democrazia. Ma lo spettro gravissimo delle divisioni etniche continua a crescere. Molti musulmani, soprattutto mandinga, si sono schierati con Unsumani Manè, dichiarandosi emarginati dallo strapotere dei balante.
La notte degli scontri, due musulmani sono venuti alla missione per chiedermi di andare a prendere un ufficiale, nascosto nella boscaglia, braccato e minacciato di morte. Lungo il cammino i familiari, mandinga e musulmani, mi ripetono: «Padre, difendici! Se non ci aiutate per noi è la fine: chi altri ci difenderà?». Se la Chiesa è segno di sicurezza e difesa per tutte le etnie e religioni è un segno bello, ma resta la domanda: «Perché una persona, nella sua terra, deve chiedere rifugio e sicurezza a uno straniero?».
In questa vicenda, il nuovo vescovo, il guineense Josè Camnate Na Bassing, è stato la figura di riferimento per tutti: prima nel tentativo di evitare lo scontro, poi per assicurare il rispetto, l'incolumità e la dignità dei prigionieri e di quanti si consegnavano.
Proprio ieri, nella riunione del gruppo giovanile parrocchiale, il responsabile ha proposto di organizzare un incontro con i giovani musulmani di Mansôa per riflettere sul problema della riconciliazione e del rispetto delle differenze etniche e religiose. Molte forze sociali, infatti, non vogliono cadere nel dramma del tribalismo. La Guinea, per tradizione, è tollerante e pacifica, e così vogliono che continui.
Un luogo dove si vive la multietnicità è il nuovo liceo di Mansôa. Due righe per ricordare le vicende di questo istituto scolastico, in parte già note. Ha aperto le porte a metà del mese di ottobre 2000. Per ora è l’unica scuola del paese non privata che funziona. Gli insegnanti, da mesi, non ricevono stipendio, di conseguenza, hanno rifiutato di iniziare l'anno scolastico. Ma le famiglie di Mansôa hanno rimediato alla situazione, si sono auto tassate per dare un sussidio agli insegnanti, sicché i giovani di questa cittadina hanno il dono della scuola. È bello che il liceo sia gestito da loro, con le loro forze e non con aiuti provenienti dall’estero, perché, si sa, questi finiscono. La parrocchia, spesso considerata come una “fonte di soldi", oggi presta il proprio aiuto nella gestione e nella formazione permanente degli insegnanti. Organizza incontri per gli alunni sui problemi del mondo giovanile.
Le nostre scuole elementari, grazie all'aiuto di molti italiani, sono iniziate a metà settembre e viaggiano bene. Anche le altre attività sociali proseguono. Alcune sono ormai consolidate, come l'orticoltura e l'impegno sanitario per il recupero dei bambini malnutriti. Per questa battaglia abbiamo iniziato la costruzione di un centro per fronteggiare il grave problema della malnutrizione. Il centro funzionerà secondo lo stile della missione: finanziare la costruzione di un’opera, consegnarla all’autorità, continuare a lavorarci, in modo che un domani, la struttura pubblica possa continuare anche senza il nostro appoggio. E una strada lenta ma, secondo noi, ha un respiro più ampio della struttura privata, che funziona senz’altro meglio, ma che dipende dagli aiuti esterni e che rimane isolata dal contesto generale.
La catechesi è ripresa sia Mansôa che nei villaggi. In questi ultimi il cammino è più lento. Man mano mi rendo conto di quanto la cultura tradizionale, nel nostro caso quella balante, non sia stata ancora scalfita dall'evangelizzazione. Il Vangelo non deve annullare le culture, ma le deve condurre a realizzare in pienezza i loro valori, abbandonando taluni aspetti, che creano situazioni di ingiustizia, di paura e di arretratezza. Il cambiamento, la conversione, interessa alcuni casi isolati, bisogna dirlo, la stragrande maggioranza continua a vivere guidata da altri criteri di vita, pur rispettando e desiderando la nostra presenza. Mi ripeto continuamente che occorre seminare, senza speculare sui risultati. Sono sempre più convinto che l'annuncio del Vangelo è il servizio più bello che possiamo fare per un autentico sviluppo umano. Dove la gente si converte, si nota chiaramente un diverso tenore di vita e una capacità di superare antichi blocchi.
Un’eccezione positiva è la giovane e fiorente comunità dei mansonka, che si sta sviluppando sempre più. E siccome il lavoro è "poco", la già piccola e vacillante chiesa di Mansôa ha inviato il preavviso della sua fine: di notte è caduta una parte del soffitto! A fine novembre, abbiamo celebrato l'ultima eucaristia nella prima chiesa di Mansôa, ora celebriamo sotto le stelle o sotto l'ombra di un tendone provvidenzialmente, comprato durante le vacanze. Questo vuol dire che dobbiamo urgentemente mettere in atto il piano che, lentamente, stavamo studiando: la costruzione di una nuova chiesa. La comunità ha molto lavorato per costruire la baracca provvisoria e, ora, pur schiacciata dalla crisi economica e dalla precarietà della guerra recente, ha deciso di tassarsi per offrire, ogni mese, il proprio contributo per la nuova casa di Dio e della comunità. Ma, è chiaro che sarà un contributo importante simbolicamente, economicamente, invece...
Difficilmente chiedo aiuti diretti, ma questa volta dovrò farlo: la spesa sarà grande, perché, pur pensando a una chiesa semplice, devo tenere conto dello sviluppo della comunità in rapida espansione.
L’augurio di Natale? A me stesso e ai miei amici europei dico: «Dobbiamo avere un cuore aperto a tutto il mondo, soprattutto a chi vive nella sofferenza. Nella santa notte ci sentiremo uniti da un unico povero Bambino che continua a sorprenderci con la semplicità e la forza, dandoci speranza in mezzo a tanti problemi». Per lui posso dire: «Sono felice di essere missionario, sono felice di essere in Guinea..., davvero».

 

Mansôa il  23 marzo 2001


20. Gli inizi del 2001

Nei primi mesi del 2001, sono stato testimone di tanti gesti di solidarietà che mi commuovono. Sento la solidarietà della vicinanza e dell’affetto di chi accompagna la nostra difficile situazione; esperimento la solidarietà di chi offre un aiuto economico per costruire la nuova chiesa di Mansôa. Certo, siamo ancora lontani dalla cifra che ci permette di iniziare i lavori della chiesa, ma siamo sulla strada: so che diverse parrocchie e numerose persone, durante la quaresima, faranno raccolte e organizzeranno iniziative a questo scopo.
All’inizio di aprile 2001, probabilmente, inizierà la costruzione del centro parrocchiale con sei sale per la catechesi, per gli incontri formativi, per le attività sociali. Poiché tre sale sono divise l’una dall’altra da pareti mobili, sarà possibile disporre di un salone dove celebrare la messa in attesa che la chiesa venga costruita.
La situazione politica rimane un grosso punto interrogativo; in questi giorni si sta formando un nuovo governo, ma non c’è una maggioranza sicura. Intanto la situazione economica è gravissima: la comunità internazionale non dà finanziamenti perché non ha garanzie, nessuno investe, il lavoro privato è ridotto, gli scioperi degli statali sono continui, non sono pagati da tempo. A novembre del 2000, persino i deputati hanno ricevuto solo la metà dell’ultimo stipendio. Ma la preoccupazione più grande viene dai militari, scontenti, mal pagati, divisi tra loro. A gennaio 2001 si sono uditi spari nel quartiere generale dell’esercito: forse un nuovo tentativo di rivolta. Sinceramente, la situazione è peggiore e più tesa di quella che portò alla rivolta armata del 1998 e a 11 mesi di guerra. Ci si aspetta di tutto, non posso nasconderlo.
Noi rimaniamo qua, fedeli alla vocazione del buon Dio, che continuamente mette segni di pace là dove l’uomo semina divisione e guerra. Sono cosciente che le tante opere che stiamo realizzando con grande fatica potrebbero finire in un attimo, che molti progetti potrebbero essere bloccati per lungo tempo, ma rimango e lotto ogni giorno, perché credo in Gesù Cristo, l’uomo nuovo, il Principe della pace.
Sono convinto che non c’è crisi, ingiustizia o guerra che può spazzare via ciò che si semina nella fede e nell’amore: una bomba può far crollare una casa, una scuola, una chiesa, ma non può eliminare quella casa nuova che è il cuore di persone rinnovate dalla fede e dalla volontà di vivere. Il seme della Parola sopravvive in ogni situazione, anche la più dura, come ce lo testimoniano i tanti martiri di questo tempo, le tante Chiese sopravvissute a persecuzioni e crisi ben peggiori della nostra. Al di là di tutto quello che facciamo qui, vale il nostro quotidiano: «Eccomi, sono qui, resto qui per Te, Pace senza fine, e per questi fratelli che meritano tutto il mio amore, e molto di più». Il resto è relativo e se, al momento, di fronte a molte cose siamo impotenti, alla lunga, sappiamo che il male viene sconfitto, muore, perché il male è morte mentre l’amore è vita.
Questa fede invece di farci sedere in attesa di una gioia futura in cielo, ci dà la forza di lottare con più entusiasmo. Proprio perché l’esito immediato non è determinante posso donarmi anche nelle situazioni più difficili e dall’esito “perdente”; nella fede nulla di buono si perde, anzi, tutto è rinnovato grazie alla risurrezione di Cristo, il più grande sconfitto della storia. Senza questa fede ci sarebbe da scoraggiarsi, cadendo nel pessimismo, qui, in Italia e in ogni parte del mondo. Senza la fede si è tentati di cercare il successo facile e, quindi, di abbandonare i poveri, l’Africa e tutte le situazioni problematiche.
Proprio per questo le attività fervono. Nel febbraio 2001, i giovani hanno organizzato un incontro sul tema Le religioni a servizio della pace, al quale hanno partecipato molti loro coetanei di Mansôa, musulmani e protestanti. Hanno parlato un nostro missionario, un pastore evangelico e il “padre” musulmano. È stato un incontro toccante, dove vibrava il desiderio di pace, la volontà di comprendersi e di superare falsi preconcetti. Più ci si avvicina a Dio con cuore puro e più si è uomini di pace. E se la notte in cui Alláh ha dettato il Corano a Maometto è chiamata “Notte di pace”, a noi cristiani ricorda la notte di pace del Natale di Gesù. Pur nella specificità di religioni differenti, insieme, vogliamo educare i nostri giovani in modo che questa Notte di pace diventi un’alba di riconciliazione e giustizia. Nel giorno del Tabaski, la principale festa musulmana, la missione ha donato quaderni ai bambini che frequentano la scuola coranica perché, conoscendo un poco meglio Dio, possano essere futuri uomini di pace.
Pure nel febbraio 2001 sono iniziate le emissioni della giunta locale: Giunta Sol Mansi, nome che è una preghiera e un programma. Grande è l’entusiasmo tra la gente. La fase sperimentale non è ancora conclusa ma già mandiamo in onda, oltre a tanta musica, programmi formativi: educazione alla fede, notizie dal mondo, diritti umani, storie, prevenzione delle malattie, agricoltura..., in collaborazione con diversi volontari. Anche nella giunta siamo insieme, cristiani e musulmani, per lanciare nel cielo, facendole poi cadere sulla terra, onde di pace e di sviluppo.
Le attività sociali proseguono: le scuole elementari e il liceo in autogestione stanno funzionando bene, evitando gli scioperi e i ritardi delle altre scuole. La popolazione chiede sempre più questo tipo di intervento e collabora. Lo stesso vale per il progetto di formazione sia in campo sanitario sia nell’orticoltura. Quest’ultimo settore sta avendo altri risvolti positivi: in un villaggio oltre all’orto hanno voluto l’alfabetizzazione e, poi, la catechesi. Il loro modo di vivere queste iniziative, i risultati economici e la collaborazione degli uomini stanno scuotendo molti altri villaggi. Gli abitanti di un grosso villaggio vicino, che anni fa aveva la catechesi e la scuola e nel quale poi tutto si era bloccato, ora, proprio vedendo i cambiamenti degli altri villaggi, sono tornati alla carica dicendo: «Vedendo queste donne ora comprendiamo quante opportunità abbiamo sciupato anni fa: tornate».
Sempre a febbraio è iniziata la formazione di 8 nuove famiglie di catechisti, dove rimarranno per tre anni, per una formazione integrale: catechesi, orticoltura, salute, animazione rurale, alfabetizzazione, taglio e cucito per le donne. Purtroppo, un grave incendio ha quasi interamente distrutto la piantagione di alberi di mango e di arancio a cui, da anni, stavamo lavorando. Il 2001 sarebbe stato il primo anno di raccolto e il guadagno avrebbe coperto una parte delle spese del centro. I danni, che sono di varie decine di milioni di lire, ci dicono che, per altri anni, bisognerà piantare, irrigare e... aspettare. Una prova difficile da digerire in questo momento: ma la Provvidenza si sta facendo sentire.
La missione è un arricchimento reciproco e quanti, in un modo o nell’altro, vicini o lontani, collaborano con noi, sono in missione.
Ora ho un computer anch’io e posso comunicare via e-mail con le persone di cui ho l’indirizzo. Parte del mio indirizzario è “bruciato” quando il computer è andato in tilt. Con la posta elettronica la comunicazione è più rapida, economica e può essere più frequente.
Tra poco è Pasqua. È autentica la Pasqua dove si accetta di morire perché la Vita vera possa nascere.

 

21 novembre 1993



21. La difficoltà di cambiare

Sono a N’dame, dove sorge il centro di spiritualità, per la giornata di ritiro mensile dei preti. Sono arrivato il 21 novembre 1993, la sera prima, per prepararmi un po’: una ricarica spirituale e una bella dormita, ogni tanto, ci vogliono proprio. Questa sera, 23 novembre, prima di addormentarmi voglio annotare alcuni avvenimenti, attività e riflessioni del 1993.
Sabato, via radio, ho avuto la gioia di comunicare con qualche amico italiano, così, dopo tanto tempo, ho sentito anche Tarcisio.
La catechesi, che ho iniziato nella tabanca di Rossum, va davvero molto bene. È stata una sorpresa per tutti, un segno dell’azione di Dio che ci ha preceduti. Infatti, i balante della zona di Mansôa sono tra i più chiusi a ogni discorso nuovo, Vangelo compreso. Molte tabanca, dove si era iniziato anni fa, ora hanno sospeso e, quelle in cui continuiamo ad andare hanno poca gente: pochissimi adulti e nessuna donna. Invece, qui a Rossum sono più di 50 le persone che seguono la catechesi: più della metà sono adulti. Fra loro ci sono i capi tradizionali e il djambakòs. Partecipa persino un gruppo di donne, fatto sensazionale, perché la condizione della donna balanea è bassissima: se partecipa significa che qualcosa si muove, che si accorgono che questo è un cammino diverso. Sento la necessità di chiedere preghiere per loro, per me, per il catechista Carlos, affinché l’inizio buono dia copiosi frutti.
Non è merito mio. Erano numerosi e bene rappresentati fin dal primo incontro, Qualcuno aveva già lavorato in mezzo a loro.
Molte altre tabanca chiedono, soprattutto i mansoanka, altra tribù, altra lingua! di iscriversi alla catechesi. Nel solo 1993 abbiamo iniziato in 5 nuovi posti. Certo, il cammino è lungo, forse molti desisteranno, ma a me è chiesto di seminare e avere fede.
Proseguo nello studio della lingua balante più ostinato che mai, ma è davvero dura. Pronuncio qualche frase, capisco i discorsi essenziali, ma la strada è lunghissima, forse ci vorrà ancora un anno e mezzo. Ma, mi convinco sempre più che è importante: quando dico qualcosa in balante ridono di gusto e poi vedo che il clima cambia subito, l’ospitalità e la disponibilità si moltiplicano. Conoscendo la loro lingua potrò imparare meglio le loro tradizioni, la loro religione, i loro problemi.

 

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