26 settembre 2012 Lettera Padre Davide

Bissau, 26 settembre 2012

Carissimi amici,

vi scrivo a poco più di un mese da una data importante per me: il 2 novembre saranno 20 anni che sono arrivato in Guinea. Sarà quindi una lettera di ricordi, che ogni tanto fanno bene. E soprattutto di ringraziamento. Un infinito Grazie a Dio, che è il canto dell'impossibile, perché sa fare cose belle anche con strumenti poveri e semplici.

Davvero la Provvidenza mi ha preso per mano, io giovane prete senza esperienza, incapace di lavori pratici e sempre vissuto in città. Mi ha condotto su strade del tutto impensate, sia le strade sconnesse della Guinea (che all'inizio pensavo non avrei mai potuto affrontare al volante di fuori strada cosí diversi dal mio Panda milanese o con moto da cross diverse del mio mitico Vespino 50) che quelle dei diversi servizi realizzati. Dio mi ha messo accanto missionari e missionarie che mi hanno accolto e guidato (tra questi ricordo p. Leopoldo Pastori, di cui ora si è chiesto l'inizio della Causa di Beatificazione), e mi ha fatto conoscere gente semplice ma accogliente nell'indimenticabile Mansoa. Alcuni di questi laici sono stati per me guida e esempio, e soprattutto amici veri: quanto è bello scoprire che anche in un'altra parte del mondo con gente di cultura e mentalità tanto diversa si possa essere amici, e condividere le gioie e le sofferenze. Gli adolescenti di allora con i quali ho imparato il criolo e ho vissuto le prime avventure africane, oro sono uomini e donne con famiglia, uno è prete (segretario nazionale della caritas) e una diventerà suora proprio a novembre! Altri si son persi, purtroppo, e diversi mi hanno già preceduto in Cielo, perché qui è così, la morte fa spesso visita, e mi è costato tanto farne l'esperienza con bambini, giovani e coetanei.

La Provvidenza mi aveva già fatto il dono di una famiglia davvero speciale, sempre vicina e premurosa, e in questi 20 anni ne ho avuto la prova maggiore, e non so come ringraziarne Dio. Quanti bambini hanno ora il nome di Virgilio, Erminia, Tarcisio, Laura ... realizzazione di quanto ci ha detto Gesù: "chi lascia il padre, la madre, fratelli e sorelle per me riceverà cento volte tanto". Sì, è vero, succede proprio così, e anche ora in Bissau ho varie mamme e fratelli che mi sostengono.

La Provvidenza si serve anche di strumenti poco simpatici, ma ancora più afficaci; le prove e le sofferenze, per far crescere e maturare. Anche di queste ringrazio Dio, anche se è più difficile ricordarle e parlarne, soprattutto di quelle interiori. Ma sono state un dono le crisi passate sia agli inizi e poi durante questi 20 anni, gli insuccessi, le critiche, la guerra civile: ricordo quanto mi diceva proprio p Leopoldo, poco prima che morisse: ringrazia il Signore anche quando la gente non ti capisce e le cose non vanno bene, ricordando quanto dice il Salmo 118: "Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirti".

I ricordi sono tanti, anche se non ho ancora l'età dei soli ricordi. Indelebili le immagini degli inizi, con il corpo che non si abituava a un clima e un'alimentazione così diversi, e soprattutto l'incontro con una cultura diversissima, che mi appassionava ma anche mi provocava tanta fatica. E lo sudio della lingua balanta: credo la fatica più grossa e piú arida di questi anni, con risultati mediocri come apprendimento ma profiqui come chiave per entrare nella vita e nel cuore della gente. L'esperienza che mi ha segnato di piú è stata quella di vivere in villaggio, soprattutto nel villagio di Kambedju dove per 3 anni ci vivevo per 3 giorni la settimana, condividendo la vita povera e semplice di quella gente. Molto di quello che ora riesco a comunicare sia nelle predicazioni che in Radio lo devo a quegli anni, alla fatica del "morire" in un villaggio isolato e poco reattivo per rinascere un po' guineense e un po' più umile. In quell'esperienza vedo molto della spiritualità del missionario: spogliarsi di tanti rivestimenti culturali nell'intendere la vita e la fede, andare al nocciolo, perdere tempo e sperimentare l'inutilità della presenza per dipendere in tutto dall'azione dello Spirito senza vedere i risultati materiali e numerici (a tutt'oggi nessun battezzato in quel villaggio). Del missionario si vedono tante opere, ma è questa la vera Opera, perché è quella di Dio: essere servi inutili, seminatori che non forzano il terreno né la piccola pianticella perché cresca più in fretta. Lá in quel villaggio ora molte cose son cambiate in meglio, ma chi più è attivo nel cambiamento sono i musulmani, che mi vedevano ogni settimana arrivare in moto, e che a volte visitavo nelle loro case, ma che mai hanno partecipato alla catechesi. Ma si sa, "lo Spirito soffia dove vuole" e i confini dell'azione della Chiesa Corpo di Cristo vanno ben oltre quelli visibili.

Certamente la guerra civile del 1998-99 ha segnato la mia vita insieme a quella degli altri missionari e della gente. Ciò che avevo visto solo nei film, divenne di colpo realtà. Eppure in quella tragedia sono stato testimone di tanti miracoli: la gente è sopravvissuta pur avendo decine e decine di rifugiati in casa ( e senza i famosi aiuti internazionali arrivati tardi e col contagocce), la solidarietà tra poveri, la generosità di tanti nostri cristiani nel prestare soccorso a chi scappava dai bombardamenti, la forza che il Signore dava a noi missionari per affrontare fatiche e pericoli a cui non eravamo preparati. Non posso ringraziare il Signore per la guerra (a tutt'oggi la Guinea ne paga le conseguenze tragiche), ma lo ringrazio perché ha saputo usare questo evento del Male (che Lui non vuole) per comunicare il Bene e far crescere nella fede e nella carità. E mi ha fatto provare anche quanto sono fragile, e pure questo fa bene.

Gli inizi faticosi e debolissimi della Radio sono pure stati un momento importante di questi anni. Lì ha fatto tutto la Provvidenza, e sarebbe lungo fare la lista di quanto ha fatto Lui a mia insaputa; ma giá l'idea di fare una Radio è nata così per caso, anzi per intuizione dello Spirito, perché io la Radio non solo non sapevo farla, ma neanche ne sono mai stato un ascoltatore se non per "Tutto il calcio minuto per minuto". Quello che più mi stupisce e mi fa vedere che è il Signore che opera è che non mi sia fermato subito, per tutta la serie di guasti, eventi negativi, fallimenti e anche prese in giro di tanti. Pian piano tanti eventi positivi, "buoni samaritani" italiani, portoghesi e guineensi hanno preso a cuore quella piccola cosa e ne hanno fatto una realtà bella, che credo stia seminando semi di Pace e di Fede. E non mi sono fermato per pura inconscienza e mancanza di tempo per pensare se valeva la pena continuare, e perché dai miei genitori ho imparato ad affrontare le disavventure con ottimismo e entusiasmo.

Ed ora vedo anche come un dono il servizio che mi è stato chiesto di essere superiore regionale del PIME: mi permette di allargare lo sguardo, di ascoltare gli altri, di fare l'esperienza che la Missione non la facciamo da soli ma come famiglia, "insieme". E il condividere il cammino con i più anziani di missione mi arricchisce, e con i più giovani (un bel gruppetto grazie a Dio) mi rende giovane e mi fa tornare sulle motivazioni esenziali dell'essere missionario.

In questi anni Dio ha dovuto perdonarmi molto. Non lo dico per retorica. Purtroppo è così. Mi ha dato molto, e io a volte sono stato egoista. Il missionario deve lasciare tante cose e persone, ma poi rischia di riprendere tutto, costruendo una tenda di proprie sicurezze sul Calvario. Quando vedo la vita della gente, e quanto poco hanno ricevuto in beni materiali e spirituali, mi dico: "Cosa predico se io che ho ricevuto tanto so dare così poco? Non sia mai di essere come i farisei che dicono e non fanno, e impongono fardelli che loro stessi non sanno portare". È la spina nel fianco: dover annunciare un Vangelo che non vivo in pienezza. Ma guai se abbassassi l'annuncio al livello della mia vita: sarebbero parole umane, niente di nuovo. E guai se annunciassi senza sentirmi io per primo provocato e messo in discussione. Anche questo è un dono: essere un peccatore che peró deve parlare di santità, e quindi non sentirsi mai a posto e tranquillo. I preti, i missionari, non sono migliori degli altri. In nessun modo. Anzi: siamo più esposti al peccato e al dare poco pur avendo ricevuto molto. Per questo dovete pregare per noi, "ultimi e peccatori" come di dice in un Canone della Messa ormai poco usato, ma sempre vero.

E ora che ho ringraziato il Signore, ringrazio voi, famigliari e amici. Molto di quanto ho vissuto e fatto lo devo a voi, per il sostegno nella preghiera (e la sento proprio in certi momenti), nell'esempio (che mi sprona a ripartire quando mi scoraggio o sono stanco, pensando a quanti sacrifici fate per me), nell'amicizia che scalda il cuore (e che mi dá tanta gioia) e negli aiuti materiali, trasformati in tante realtà che fanno del bene e che ora mi permettono di aiutare anche altri missionari meno fortunati di me e i preti locali che non hanno chi li sostiene. Il ringraziamento a voi è piú corto, perché davanti a Dio siamo piccola cosa, ma credetemi che è sentito e appassionato. Grazie a voi quest'anno siamo riusciti a realizzare varie cose in varie parti della Guinea, ma di questo ne parlerò in una prossima lettera.

Il prossimo anno sará un altro anniversario importante: 25 anni di sacerdozio ( e 50 anni di vita, se ci arrivo e se Dio vuole, come sempre si dice qui parlando del futuro), e magari vi beccherete altri ricordi, ma credetemi che di progetti per il futuro ce ne sono molti. Ma quello che conta è che il progetto del Signore vada avanti, nelle vie che Lui vorrà.

Non vi ho parlato della situazione della Guinea. Stazionaria. Basta cosí per questa volta. Potete seguire le notizie sul nostro sito appena rinnovato e per chi si lancia col portoghese anche sul nuovo sito della Radio SolMansi, che ora si puó ascoltare on line.

Vi mando un caro saluto con tanto affetto

Con riconoscenza

 

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